Perfezioni provvisorie: Granita alla menta, di Mirtha

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Ho ancora paura tu mi venga in mente mentre fisso il vuoto con un libro sulle gambe e la tua mano sotto il libro.

La tua mano che non c’è più, gli occhi verdi la vita pallida e sfocata laggiù.
In un lasso di tempo che mi pare un giorno e una manciata, e invece è una manciata al massimo di secondi.
Trasecolo, sudata mi sveglio dall’incubo che non è incubo.
Dal sogno torbido di una calura estiva, giravamo in motorino. Quella cosa scassata che era appartenuta a tuo padre e di cui andavi tanto fiero sotto gli alberi un po’ secchi di una Milano ad agosto.

La pelle bruciata da un sabato al mare, col sale nei capelli e tra le dita, sulla schiena.
Costeggiavamo il parco – Sempione, che è parco tanto quanto il nostro è amore – all’altezza della curva a gomito appena dopo il Piccolo, direzione arena.
Mi hai detto ti amo.

Non ti ho creduto.
L’hai detto più forte, ridendo, liberandoti di un peso, di un non detto. Di un errore.

Abbiamo preso una granita di quelle orribili che si spremono dal distributore in plastica che gira per amalgamare il ghiaccio finto con lo sciroppo menta e glutammato.
L’ho finita in un sorso, facendo rumore, con la cannuccia smangiucchiata, sul fondo del bicchiere.
Mi hai guardata sorridendo con gli occhi.

Abbiamo svoltato a destra, allungando la strada che hai detto di voler allungare solo di qualche metro per mangiarti l’aria di una Milano ad agosto.

Sinistra.
Tagliamo Corso Garibaldi, arriviamo sotto casa mia.
Un bacio veloce. Al sapore di menta e amaipiù.

Hai gridato il tuo errore, io sento ancora l’eco.
In una Milano di Novembre che sembra Aprile, una Milano alla quale non chiederò mai più granite alla menta a bordoparco.

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