Manchester by the Sea, Hollywood by the People

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Tutti conosciamo Ben Affleck: muscolare e “mascellone” prototipo di maschio alfa all’americana, reso celebre da molte interpretazioni tra cui Batman, Pearl Harbour, Armageddon, Argo (si potrebbe andare avanti per un bel po’…) e da numerosi premi, tra cui un paio di Oscar come produttore e sceneggiatore.

Bene, quest’anno l’agognata statuetta come migliore attore, sempre che l’Academy non si accorga di aver sbagliato bigliettino, è andata ad un certo Affleck, ma non si tratta del famosissimo e scultoreo Ben, bensì del più giovane, innocuo e “normale” Casey, fratello minore fin qui relegato a ruoli secondari.

Il riscatto del piccolo – per così dire – Casey, ha quasi il sapore della vendetta: mentre infatti il fratello maggiore Ben si trova ad affrontare flop al botteghino con film come Live by night e The Accountant, dove manco a dirlo il personaggio interpretato mischia talento e fascino sopra la norma.

Casey si afferma grazie al personaggio di Lee, alcolizzato e depresso protagonista del triste e ammaliante Manchester by the Sea.

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Il film sembra essere l’ennesima riprova della tendenza di Hollywood a promuovere e premiare film che raccontano una dimensione più vicina alla realtà delle persone, probabilmente dettata anche dai risultati sotto le aspettative degli ultimi Blockbuster, farciti di Supereroi alle prese con problemini come “salvare il mondo”.

Manchester by the Sea racconta invece la drammatica storia personale di un uomo in una piccola comunità del freddo Massachussett, dove Lee, “medio-man” americano distrutto dalle perdite e dalle ferite del passato, si trova ad affrontare l’ennesimo dolore familiare e la conseguente convivenza forzata con il nipote.

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Attraverso il percorso travagliato del protagonista, interpretato magnificamente dal “piccolo Affleck”, il regista Kenneth Lonnergan ci mostra una America fatta di vite semplici, incastrate con le loro storie nel passare del tempo, che inesorabilmente mischia esperienze e ricordi del passato con le incertezze del futuro.

La narrazione pulita e mai melodrammatica dei drammi di Lee, la descrizione asciutta dei legami familiari e delle debolezze degli animi ne fanno un film adatto a chi vuole ricercare una storia fatta di umanità, a volte cupa ma non opprimente, dove affetti e problemi dettano i ritmi della vita quotidiana.

L’umanità dell’America di Trump, spesso nascosta e snobbata da una industria hollywoodiana attratta da luci, grattacieli e supereroi. Luccicante, estrema e spesso retorica, sicuramente lontana dalla vita di tutti i giorni.

Ora che la tendenza pare invertita, non ci resta che assaporare il gusto agrodolce di questa “Hollywood by the people”: non farà sognare, ma forse aiuta a riflettere.

Foto Copyright: LaRepubblicaForbes

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