L’empatia degli spazi, il nostro essere nel mondo

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L’uomo è un individuo che non percepisce l’ambiente costruito in modo concettuale e formale, bensì attraverso un’esperienza emotiva e multisensoriale.

La relazione tra il corpo e l’architettura è proprio il tema centrale intorno al quale si snoda il libro di Harry Francis Mallgrave che, in quanto pioniere degli studi delle neuroscienze applicate alla teoria architettonica, svela attraverso L’empatia degli spazi la potenza e la forza del corpo nel costruire le forme della realtà.

L’autore sostiene che la percezione degli spazi viene influenzata non solo dalla nostra realtà umana e fisiologica ma anche dall’ambiente sociale nel quale ci collochiamo.

Infatti, ciò che dovremmo considerare come uno degli aspetti fondamentali è che l’architettura è un’arte sociale e come tale ha bisogno di condivisione.

Se progettiamo oggi un edificio senza tener conto della natura di coloro che lo abitano stiamo ignorando le nostre responsabilità sociali, se pianifichiamo una città senza considerare le esigenze comportamentali delle persone di raccogliersi stiamo costruendo edifici privi di valori umani.

Harry Francis Mallgrave, L’empatia degli spazi

Grazie ai neuroni specchio che si attivano in risposta a stimoli percettivi, sentiamo e proiettiamo noi stessi emotivamente nelle azioni di altre persone oppure riusciamo a empatizzare con le forme dell’ambiente costruito. Tutte le sensazioni che proviamo di fronte ad un certo tipo di materiale o un colore o una forma, derivano da delle regole epigenetiche contenute nel nostro DNA di uomini.

A chi non è mai capitato di vedere una trama ruvida di una finitura a stucco o un tessuto setoso di un tendaggio, e percepire già a priori l’effetto che avremmo sentito con il contatto delle nostre mani?

Anche la biofilia, conosciuta meglio come bioarchitettura, è totalmente influenzata da queste regole. Come è possibile che immersi nel verde, ci sentiamo in un ambiente piacevole e rilassante? Beh, fin da sempre il legame con la natura è un legame primordiale. Oppure come il tema della “caverna”, ovvero di un luogo chiuso possa dare sicurezza, ma perché fin da sempre questo è sinonimo di spazio protettivo.

Probabilmente quello che dovremmo tenere più in considerazione nella progettazione di oggi è l’organismo umano inteso come essere incarnato (embodied being) in cui mente, corpo, ambiente e cultura sono connessi tra di loro a livelli diversi. Tutto ciò è in grado di modificare le nostre emozioni il quale sono il vero valore estetico che modella chi siamo e quello che percepiamo del mondo attorno a noi.

E proprio nel periodo del lockdown, nel quale abbiamo interagito con il mondo esterno in modo filtrato e del tutto tecnologico, abbiamo capito quanto sia fondamentale vivere in prima persona e in modo attivo lo spazio. Il motivo principale è perchè non siamo organismi annoiati o privi di scopo, ma anzi abbiamo un impulsività innata che esige di avere stimoli ed esperienze da vivere.

Foto Copyright: Carla Palini – @palinicarlaa

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Tag: Books, Archi Books.
Articolo di Carla Palini

Carla Palini

Studentessa di Architettura "Lontana da tutto ciò che non mi sa stupire"

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