Glitch, quando l’errore diventa arte. Intervista a Emilio Vavarella

Alla vigilia dell’inaugurazione della mostra That’s It! al MAMbo (Bologna), ho scambiato quattro chiacchiere con Emilio Vavarella, uno dei 56 giovani artisti selezionati da Lorenzo Balbi per l’evento. Di seguito il frutto della nostra conversazione. Buona lettura!

Maria Chiara Wang: La prima curiosità riguarda il tuo contributo a That’s It!: che opera esponi in mostra? Ce la puoi descrivere?

Emilio Vavarella: Al MAMbo ho proposto Report a Problem, la prima parte del progetto The Google Trilogy (2012) che si focalizza sulla relazione tra umani, potere ed errore tecnologico. Report a Problem è il messaggio che compare in basso nella schermata di Google Street View, che permette di segnalare a Google gli eventuali problemi rilevati nella visualizzazione del luogo che si sta visitando virtualmente. Ho viaggiato su Google Street View fotografando sul monitor tutti i “paesaggi sbagliati” che ho incontrato, prima che altri utenti riportassero il problema, inducendo l’azienda ad aggiustare l’immagine sostituendo le foto errate. Per il MAMbo ho stampato tutti i 100 scatti della serie giocando col tipo di supporto (carta o alluminio), con il volume (alcune a rilievo, altre a parete) e con il formato. Ne risulta un’installazione fotografica lunga circa 12mt.

MCW: Che ruolo assume il glitch nelle tue opere?

EV: Una delle cose che provo a fare nel mio lavoro è utilizzare l’errore come elemento rilevatore: quando ci si trova di fronte ad un meccanismo estremamente complesso, uno dei modi per renderci conto del suo funzionamento è proprio quello di aspettare l’errore che rende visibile la dinamica tecnologica in esso nascosta. In Report a Problem, inoltre, lo uso anche come forza generatrice: consacro l’inaspettato come punto di rottura e di rivelazione all’interno di un sistema che altrimenti scorrerebbe in maniera fluida, lineare, regolare, predefinita, creando al contempo nuove forme estetiche.

MCW: Da dove derivano lo stimolo e l’esigenza di accumulare dati?  Come riesci a organizzare e a gestire la mole ingente di informazioni che raccogli?

EV: È una bellissima domanda a cui però è molto difficile rispondere.  Forse uno dei motivi che mi spinge a raccogliere dati è la sete di conoscenza, il desiderio di riflettere sulla questione del significato e del senso delle cose. E, premesso che i dati non sono “cose”, ma sono già il risultato di modelli interpretativi, va detto che le mie modalità seguono quelle più utilizzate oggigiorno a livello globale: la rilevazione, la sistematizzazione, la catalogazione, l’archiviazione, l’organizzazione e l’analisi del sensibile. Inoltre, oggi, gli archivi sono stati largamente automatizzati, la tecnologia ha modificato la loro gestione e la loro fruizione, ed anche il mio modus operandi riflette questa logica. Potremmo dire che il mio lavoro si colloca sulla soglia tra modalità di ricerca contemporanea e altre modalità più antiche di cui ci stiamo dimenticando: ha a che fare con una costruzione di senso che è spesso molto sensoriale e soggettiva, ma anche con modalità d’azione più impersonali, algoritmiche, e più sfuggenti poiché dotate di autonomia (macchinica ed elettronica) propria.

MCW: Qual è il tuo punto di vista sul tema dell’identità tra reale e virtuale/digitale?

EV: L’essere umano è molteplice, plurale, parlerei, quindi, di identità multiple, sia che esse siano digitali, sia che esse siano fisiche. Il punto più interessante è che, a livello digitale, si può creare una sorta di mini compartimentalizzazione di queste identità in modo estremamente discreto. Per dirla con Deleuze: ‘da individui stiamo diventando dividui’; veniamo divisi in pezzettini, in frammenti estrapolati da quella che potrebbe essere definita la nostra identità. O ancora, la nostra identità risulta definita da questo processo di in-dividuazione digitale. È proprio questo il campo in cui si gioca oggi la partita tra politiche identitarie da un lato e processi di individuazione legati all’analisi dei dati dall’altra.

MCW: Qual è la tua percezione del tempo e quale il tuo punto di vista sul concetto di origine?

EV: Io cambierei prospettiva, parlando più di processo che di origine univoca, e tralascerei la questione del punto di inizio. Qui in Occidente abbracciamo con naturalezza un’idea lineare del tempo: una successione di istanti, equidistanti tra loro, sospesi in uno spazio infinito e omogeneo, una linea su cui poter distinguere origini (anche e soprattutto nell’arte), e punti di partenza. Ma anche questo è un modello conoscitivo che, come nel caso della produzione dei dati, produce una temporalità a sua immagine e somiglianza. La realtà è molto più complessa. Il filosofo francese Michel Serres ha descritto il tempo come un fazzoletto aggrovigliato: quando il fazzoletto è accartocciato, capita che elementi arcaici possano avvicinarsi alla nostra modernità ed essere fortemente presenti invece che sorpassati. Apprezzo un’idea liquida del tempo, che contrasta l’interpretazione lineare moderna. Penso che in un certo senso passato, presente e futuro siano in strettissima relazione, e nella mia ricerca mischio questioni legate alla memoria (personale o collettiva come in The Sicilian Family e MEMORYSCAPES) con pure speculazioni futuriste (come in MNEMODRONE e TRANSICONMORPHOSIS), ma sempre nell’ottica di accedere, nel presente, ad una dimensione politica e poetica nello stesso tempo.

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