Questo non è un articolo sui Tame Impala, ma sul fascino perturbante dell’abbandono

Qualche tempo fa riflettevo sul fascino esercitato dall’abbandono, su quella bellezza pittoresca e decadente che gli inglesi hanno reso una caratteristica identitaria; anzi sembrerebbe che, più che una possibile accezione della bellezza, il pittoresco ed il decadente sottendano per definizione la bellezza come attributo implicito.

In realtà rimugino su tutto questo almeno da quando l’architettura è diventata il mio pensiero a tempo pieno, ovvero da quando ho iniziato a guardare con occhi diversi edifici industriali dismessi, piccoli centri abbandonati, relitti scorticati dalla ruggine e Dio sa che altro.

Gli occhi erano talune volte di quelli che figurano soluzioni pre-progettuali per esprimere un potenziale represso, altre di chi prova quasi una soddisfazione nel veder la natura riconquistare i propri spazi, ma questa è un’altra storia e forse farei bene a tacerla per amor proprio.

Questo retaggio estetico è tornato a galla con l’uscita dell’ultimo lavoro discografico dei Tame Impala, la famosa band australiana psycho pop electro oriented (ho preso in prestito di sicuro impropriamente delle definizioni di Diego Ballani in sentireascoltare.com) di cui Kevin Parker costituisce l’elemento imprescindibile, col suo approccio solitario alla creazione ed alla esecuzione in studio dei brani, i quali solo live vengono eseguiti dall’organico al completo.

L’ultimo ed attesissimo The Slow Rush, uscito il 14 febbraio scorso, si presenta visivamente tramite l’immagine in copertina di una stanza di casa della città fantasma di Kolmanskop, nel deserto del Namib dell’allora ancora Africa del Sud-Ovest, oggi Namibia.

Pare che la cover dell’album inizialmente dovesse rappresentare una discoteca italiana abbandonata, ma successivamente la scelta sia ricaduta in una stanza dai vetri rotti e con un pezzo di deserto al suo interno.

La marginalità territoriale e socio-economica ha reso la dismissione dell’insediamento definitivo ed irreversibile, trasformando l’obsolescenza economico-funzionale in obsolescenza fisica: gli edifici, trasformati dal tempo cronologico e atmosferico in recinti scoperchiati e spalancati, sono stati riconquistati dal deserto che al loro interno ha formato delle dune a rafforzare l’osmosi interno-esterno e di fatto concedendo alla città una vocazione futura univoca come museo di se stessa. Infatti le ceneri di questo insediamento coloniale tedesco esercitano una forte attrazione turistica, la cui visita è gestita dalla Namibia De-Beers.

Ma la scelta dei Tame Impala sembra incentrata principalmente sul concetto di tempo e del suo scorrere inesorabile, astrazione corroborata dalla potenza evocativa della sabbia depositata a terra, che allude all’immagine della clessidra.

Nello specifico il lavoro artistico elaborato per le copertine dell’album e dei singoli dall’artista visuale Neil Krug si focalizza sugli spazi interni degli edifici, evidenziando gli elementi di apertura nelle pareti verso altri vani o esterni fittizi, ricorrendo talvolta ad una prospettiva centrale, altre volte ad uno sguardo posto di traverso, ma componendo le immagini in modo da ottenere sempre uno sfondamento dei piani verticali funzionale ad una notevole profondità spaziale.

Interessante è l’uso dei colori: l’insediamento di Kolmanskop è noto per avere al suo interno ambienti ed infissi variopinti, ma Krug alterna immagini più realistiche che ritraggono delle grandi superfici pitturate di blu, ad immagini più surreali che comunicano una sospensione del tempo grazie ad una diffusa e velatamente ansiogena luce rossa.

Queste foto stranianti invece di attirarci per la carica estetizzante, sarebbe meglio ci ammonissero per la nostra abitudine radicata ad appropriarci di terre e risorse senza una proiezione a lungo termine, senza prospettare scenari futuri ed immaginare che un giorno tutto il mondo potrebbe diventare una grande Kolmanskop inanimata, perché l’abbandono sarà anche un fatto affascinante e suggestivo, ma non è altro che una finestra su un passato fallimentare.

Elaborato ciò, la percezione che resta è la stessa rintracciabile in una dichiarazione di Parker a “Rolling Stone” su “Cent’Anni di Solitudine” si Gabriel García Márquez, di cui ha denunciato l’influenza sull’album: “Mi ha lasciato la sensazione che la Storia sia condannata a ripetersi”.

Foto Copyright: Neil Krug – neilkrug.com

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