Perfezioni provvisorie: Nonamore, di Mirtha

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Piove ininterrottamente da ore. Ogni singola goccia scandisce il tempo sulla finestra della mansardaccccc.

Lei è sdraiata tra le mie gambe e appoggia il mento alla mia pancia (la posizione senza dubbio non è chiara al lettore. Cioè io quando leggo ste robe perdo sempre la concentrazione perché passo manciate di minuti a chiedermi quale diamine sarà mai questa assurda posizione, ma chissenfrega). Il punto è che lei rimane stesa e spettinata tra le mie gambe e mi fissa con quegli occhietti da scoiattolo e mi fa domande sulla vita, nel caso di specie la nostra, più nel dettaglio, la mia. Cosa dovrei rispondere? Mi si è appena svuotato il cervello e dovrei pure avere un certo margine per riprendermi. Cioè mi sembra un mio diritto. Invece lei sembra non capire, vuole risposte. 

Perché fai cosi?

Perché non mi ami?

Provo con una frase ad effetto.

Ma che ne sai tu dell’amore?

Mi guarda, il labbro sopra fa quella strana piega che so a memoria e le scivola via una lacrima dall’occhio sinistro. Quello destro lo sa governare meglio. Si è giurata un milione di volte di non finire più nel mio letto. Ma è un anno che l’alterno piacevolmente a tutte le tacche sulla cintura che mi sono eroicamente inciso. 

Quindi sono come le altre?

Madonna, e qua cosa rispondo? Non mi viene nemmeno una frase ad effetto. Dovrei avere altri tre secondi circa ecco sono passati ecco. Provo con una risposta totalmente decontestualizzante.

Beh, no. Tu almeno sai parlare.

Ma cos’ho detto.

Lei finge di non sentire e mi fissa negli occhi glaciale. Questa scena l’ho vissuta almeno unmilionedivolte. E poi la sento sempre rifare le scale con quell’assurdo passo svelto e leggero.

Non si arrende al mio eterno nonamore.

Se ne sta lì a scavare a cercare di trovare. Ma da trovare non c’è niente. Non la voglio non la amo non la sento quando parla guardo oltre quella testa scomposta sperando capisca che se ne deve andare.

Ti vesti?

Ma lei si sta già vestendo e ora proprio piange. Dio ma perché hai fatto sì che la donna potesse piangere.

Per un momento un flash: se stesse andando via per davvero?

Dovrei rimediare?

Rido.

Perché ridi?

No così.

Si infila le mutande e le vedo la spina dorsale e quei quattro tatuaggi sparsi a caso e so che poi forse non le vedrò più la schiena e quei quattro tatuaggi sparsi a caso. Ma poi penso anche che non la amo, e che insomma se ne farà una ragione. Ma soprattutto ho quella stramaledetta certezza che di nuovo, senza motivo, al mio prossimo cenno, sarà nuovamente tra le mie braccia. Sogghigno al pensiero tutto fiero della mia vuota abilità.

Lei mi guarda, sorride tra le lacrime.

Dice addio, scimmietta.

E io non la sento uscire perché sono assordato dal silenzio che ha lasciato andandosene.

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