La poetica del paesaggio di Guillaume Amat

Fotografo parigino, nato nel 1980, Guillaume Amat è autore di un corpus di scatti paesaggistici a colori, che si colloca a metà strada tra il documentaristico e il surreale, una serie di composizioni metafisiche e spaesanti, che rivelano uno stile introspettivo e un punto di vista minimale.

Evocativa, intima e poetica, la fotografia di Amat non si limita a restituire una copia del visibile, un’immagine obiettiva e veridica del mondo che lo circonda, si spinge a cogliere qualcosa di più della sua lucida esistenza, in essa reale e immaginario coesistono in un armonico polimorfismo.

C’è nelle vedute del fotografo d’oltralpe una sospensione trascendente della temporalità, i confini tra la realtà e la sua rappresentazione immaginifica sono permeabili. Il paesaggio descritto nelle sue opere, non è solo l’impressione che viene percepita dagli occhi, piuttosto l’invisibile che in esso si cela, che rimane fuori dai margini della foto.

Amat è un poeta visivo, possiede uno sguardo acuto e sensibile, con grande abilità tecnica e un estremo rigore linguistico, usa il mezzo fotografico per esprimere ciò che è dentro e oltre la fotografia, che si traduce in una specifica indagine estetica che non si arresta a quel che si crede di vedere, valica il tangibile.

Tra i suoi lavori più interessanti, il progetto Open Fields, una sequenza di scorci naturali e urbani, di straniante bellezza, al centro dei quali è posto uno specchio che riflette il loro controcampo, e crea una frammentazione visiva tra ciò che è vero e ciò che non lo è, tra conosciuto e ignoto.

Lo spazio illusorio della superficie riflettente si raccorda con quello esistente di scenari ampi e desolati, spiagge abbandonate, boschi, montagne, edifici in rovina, siti industriali, panorami semplici, stilizzati, quasi vuoti, in cui la presenza umana è solo accennata, un lieve riflesso

The mirror reconstructs the landscape and creates a double reading by reflecting the off field in front of it. The mirror is like a window questioning the illusion of reality and its mechanisms. In those images, the viewers see two chosen parts of the space. The rest of the work for the viewer is to invent and rebuild the missing parts to envision a volume instead of a two-dimensional picture.

– Guillaume Amat

La posizione dello specchio all’interno della scena mostra uno studio attento degli aspetti compositivi e una cura estrema per gli equilibri spaziali, ogni istantanea richiama il concetto di memoria, il rapporto tra umanità e natura, e l’idea di territorio come luogo fisico e luogo del pensiero.

Per questa serie fotografica, che ricorda in chiave simbolica l’antico mito di Orfeo e Euridice, Amat ha lavorato con una macchina 4×5 e una medio formato 6×7, ha inserito all’interno di ogni scatto uno specchio di 80×120 cm, creando una visione multipla, una scena dentro la scena, che inganna la vista e la percezione dell’osservatore.

Le fotografie di Amat possiedono chiari riferimenti all’arte concettuale, alla Land Art e all’Arte povera, in particolare all’opera “Rovesciare i propri occhi” di Giuseppe Penone, performance del 1970, durante la quale l’artista indossa lenti a contatto specchianti che mostrano allo spettatore l’immagine che ha di fronte, che è lui stesso a irradiare, ma che non può vedere, un gioco magnetico di introspezione ed estroversione.

Foto Copyright: Guillaume Amat – guillaumeamat.com

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