Siviglia non ti lascia più

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Parlare di un posto che ti è rimasto nel cuore è molto difficile. Soprattutto se questo posto è bello e caldo, bonito y caliente, solo come l’Andalusia sa essere. Soprattutto, se ti tocca ricordarlo in un’estate capricciosa e da una regione ormai quasi tropicale, con bombe d’acqua che piombano dal cielo come lampadari dai soffitti.

A Siviglia ho trascorso quattro lunghi mesi di fiesta del sol. La mattina, dopo colazione, uscivo di casa con le nuvole già squarciate da una palla di fuoco. Salivo sul ponte che taglia in due il Guadalquivir e lo guardavo scorrente lento e largo come un pitone, il profilo adagiato sulla riva e lì accanto i primi pescatori, all’ombra degli aranci.

C’era spesso un bambino, seduto all’ombra delle travi, che dondolava la canna facendo sobbalzare il galleggiante, sollevava l’amo e armeggiava da adulto con l’impasto del pane. Intorno a lui urlavano i gabbiani e il carretto “churros y chocolate” cigolava sull’asfalto alla ricerca di clienti.

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A Siviglia, vivevo all’ultimo piano di una casa bianca, lunga e stretta in una via stretta e lunga di Triana, un barrio abitato un tempo solo da gitani, marinai e vasai. 

L’appartamento apparteneva a una coppia di signori originari della città. Una coppia affiatata che segnava con una tacca sul muro gli anni di matrimonio, ormai più di trenta. C’era così una linea che dal pavimento in maiolica arrivava fino a metà parete, vena indelebile dell’amore.

Lei, Concita, una donna con i capelli ramati tagliati corti, le guance molli e le mani sempre intente a spremer limoni e batter panni dalla polvere spagnola. Lui, vecchio marinaio, col viso segnato da acqua e sale e baffi neri a nascondere un sorriso bonario, della forma delle onde.

Amava cucinare, soprattutto chorizo piccante alla griglia. Quando l’olio sfrigolava sulla brace, gridava a noi inquiline di salire in terrazza. Intorno al tavolo c’erano sedie e sgabelli di vimini ma mangiavamo sempre in piedi, coi piattini in mano, in un afoso, profumato, infinito banchettare.

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Spesso, a cena, oltre a me e a due ragazze giapponesi, si aggiungevano gruppi di amici, parenti e vicini di casa. A Triana infatti, è tutto un saliscendi di terrazze e balconi, con le case talmente attaccate che se allunghi la mano dalla ringhiera puoi accarezzare il cane del terrazzo vicino e basta una finestra aperta per cogliere i profumi di cucine e lavanderie, olive sott’olio e tapas appena sfornate. Con un balzo si passa da un tetto all’altro perché le verande di legno, edera e ferro battuto si arrampicano una sull’altra, costruite sempre più piccole verso il cielo.

Agli angoli, a riflettere crepuscoli e notti insonni, ci sono i vasi di ceramica, gli azulejos tipici del quartiere, gialli blu e bianchi a figure geometriche. Le lenzuola stese fanno da sipario allo spettacolo della strada. Non si paga nemmeno il biglietto.

Strillano i neonati e le donne anziane vestite di nero parlottano tra loro mentre un ragazzo sfreccia in bici con la spesa nel cestino. Ci sono bambini seduti alla fontana che spostano coi legni le barche di carta, e i pozzi nei giardini, rifugio dei romantici, che aspettano i baci della sera.

Siviglia balla sulle note di flamenco e ti fa girar la testa. Ti seduce e poi, quando sei costretto a lasciarla, ti fa soffrire come un marito abbandonato da una moglie giovane e bella. Ti guarda all’aeroporto, batte un colpo di nacchere e se ne va.

E tu rimani lì, col cuore gonfio di Spagna fino a scoppiare.

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Foto Copyright: pencilmoleskine

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