Sardegna, fosse solo il mare

Salpiamo da Genova una notte d’agosto. Quando arriviamo al porto, la vecchia e maestosa Tirrenia ci aspetta dondolando a filo d’acqua con i lampioncini accesi sul ponte e le scialuppe in bilico. Saliamo sulla nave e ci sediamo con gli occhi puntati sul mare. Ceniamo all’aperto con due panini e un gelato a metà mentre i passeggeri scattano foto dal titolo: Vacanza, giorno 1.

Genova è sopraffatta dal tramonto e noi da lei che arroccata sulle colline scompare tra il rosso e il blu.

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La nostra casa è piccola, arredata di bianco e giallo con un letto di ferro battuto al centro e due quadri sulle pareti: uno scorcio di terra sarda e una natura morta con anguria. Il terrazzo si affaccia sui tetti del paese e in punta di piedi si vede il mare. È mezzogiorno e il sole scioglie l’aria, matura i fichi e asciuga i panni stesi sui balconi.

Le nostre giornate trascorrono veloci. La mattina la luce entra dalla finestra priva di tende e inonda di raggi le lenzuola. A piedi raggiungiamo il centro del paese, compriamo brioche e salatini, le focacce per il pranzo e i giornali da leggere sotto l’ombrellone. Poi partiamo, con la borsa carica di maschere, tubo, costume di ricambio e asciugamano.

La Sardegna è un’isola bellissima. Noi ci troviamo dove ha inizio quel tratto di costa che prende il nome di Paradiso e ora, guardandola dall’alto di una strada tutta curve e panorami capisco perché: i pini marittimi fanno da tetto a un cielo spoglio di nuvole, ci sono scale di roccia naturali, l’acqua è verderame.

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L’estate umida ha lasciato i rami pieni di fiori, i lilium rossi coi pistilli gialli e gli acini d’uva pesanti di succo adagiati sulle viti. Raggiungiamo a piedi le calette e una di queste, Li Cossi, ci lascia senza fiato: sulla spiaggia gli ombrelloni sembrano origami di carta, il mare è trasparente a chiazze celesti. Le barche ormeggiano al largo e al primo tuffo, chiusi gli occhi e tappato il naso, facciamo capriole e verticali con le mani, le braccia tese sul fondale. Insieme, raggiungiamo la boa con qualche bracciata e ci stringiamo in superficie con gli occhi arrossati dal sale.

Visitiamo la rocca di Castelsardo con le sue terrazze ocra a picco sulla baia. I tavoli dei ristoranti sembrano stare in equilibrio tra le salite e le discese del centro storico. Un artista di strada suona la chitarra e i negozianti espongono i prodotti tipici sotto i tendoni: cesti di vimini, cappelli di paglia, maschere di legno, collanine, biscotti alle mandorle, acquarelli e spade giocattolo. La sera cala sulle mura del castello e ci si sente un po’ principi e cavalieri, regine e principesse sotto un cielo pizzicato di stelle.

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Percorriamo in canoa un tratto del fiume Coghinas che si snoda fra i canneti e alberi di ginepro e sfocia nel golfo dell’Asinara, nei pressi di Valledoria.

Gli unici rumori sono il battito dei nostri remi e il verso degli uccelli: aironi bianchi e cinerini, martin pescatori, falchetti, anatre, gabbianelle e più lontano, appollaiata nel nido, una cicogna. C’è un pescatore su una barca dallo scafo giallo e un ombrellone rosso in bilico: la purezza dei colori primari mi ricorda disegni vintage d’infantile purezza.

La notte, prima di dormire, guardiamo le stelle e insieme fantastichiamo sulle forme delle costellazioni, indichiamo Cassiopea, Perseus, Andromeda e l’Orsa minore e ci sentiamo puntini invisibili, per mano contro l’universo.

Una scia di fuoco lascia briciole nel cielo, dovrei esprimere un desiderio ma ce l’ho già qui, accanto a me.

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Foto Copyright: Stefania Antonelli

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