Resistere al tempo, invecchiare con eleganza

Parlare di un architetto di un’altra epoca, oggi, ricorda il sapore amaro che accompagna le cose che abbiamo perduto. Tra le ricorrenze di quest’anno al suo scadere, ventotto sono gli anni senza Giovanni Michelucci, toscano d’origine, toscano per scelta. Nasce a Pistoia, docente alla Facoltà di Architettura di Firenze dal 1914 fino al 1944, anno in cui ne diventerà direttore. Anni cruciali in cui il ruolo dell’architettura, era influenzato e interconnesso, come sempre d’altronde, al Regime Fascista.

Michelucci è l’architetto, autore tra le tante, della Chiesa di San Giovanni Battista (meglio nota come Chiesa sull’Autostrada del Sole) -1964-, del Palazzo delle Poste in Piazza Salvemini (FI) -1967-, della Stazione di Santa Maria Novella (FI) -1931-, della Chiesa di Longarone (nell’ambito del Piano Regolatore per la ricostruzione di Longarone a seguito del disastro del Vajont) -1975-.

Stazione di Santa Maria Novella, Michelucci con il Gruppo Toscano. ©Mauro Fontana

Per un non esperto di Architettura, per uno che nella vita si dedica a tutt’altro, non dovrebbero esserci grosse difficoltà nel capire di cosa tratta questo testo. Per un esperto di Architettura, invece, che considera l’edificio staccato da chi lo vive, che non pensa al contesto, che guarda ogni cosa attraverso uno schermo, reale o autoimposto, sarà abbastanza complesso, spiegare (e quindi capire) Michelucci.
Le due parole chiave per introdurre alla teoria del meno teorico tra gli architetti, sono i due aggettivi dello SPAZIO: SOSTA e PERCORSO.

Per sosta, si intende la contemplazione, come spazio di vita, come attimo di godimento. Come quando si entra nella Stazione di Santa Maria Novella e involontariamente si guarda in alto, si respira profondamente e ci si accorge di essere in tanti e soli, allo stesso tempo.

Stazione di Santa Maria Novella, Michelucci con il Gruppo Toscano. ©Mauro Fontana

Per percorso, è intesa di certo la funzione che può assumere uno spazio, ma anche il modo quasi cinematografico di possederlo. Come quando, all’esterno della Chiesa sull’Autostrada, si aspetta a lungo prima di entrare, ci si guarda intorno e si osservano i dettagli, pensando che qualcuno ci stia ingannando, che non è come sembra, che non può stare su. Poi si entra e l’inganno sembra continuare, si inizia a ballare un walzer senza musica e ci si sente, a volte schiacciati e a volte minuscoli.

Chiesa di San Giovanni Battista, o dell’Autostrada del Sole. ©Filippo Poli

Queste due definizioni, che si è cercato di chiarire con due esempi, rendono le architetture di Michelucci espressione di un unicum, in cui la persona come abitante dell’edificio entra in gioco con il suo potere di partecipazione, introducendo la chiave emotiva, sovvertendo gli schemi spaziali consolidati dal Movimento Moderno, dando vita allo spazio inteso come alternanza di percorsi e soste.

Nascono così architetture che non sono tipologie e ripetizioni di esse, ma sono casi unici e non catalogabili: la Chiesa sull’Autostrada non è più, la reinterpretazione dell’impianto basilicale, ma diventa “quella chiesa”, la Stazione di Santa Maria Novella non rappresenta uno schema distributivo per organizzare le partenze e arrivi, ma è una piazza, una concatenazione di spazi vissuti in relazione alle funzioni che, sotto la grande copertura, abitano.

“Mi preoccupo sempre anche della vita dell’impiegato che trascorre tante ore in una stanza. […] L’ambiente di lavoro non è mai chiuso, recintato, escluso dalla vita della città. E’ lo spazio umano che cerco: dove io per primo mi sento libero.”

Sede della Banca del Monte dei Paschi di Siena ©XAVIER DE JAURÉGUIBERRY

“La copertura della Chiesa di Longarone che diventa aula all’aperto sopra l’edificio, anfiteatro sacro e profano a seconda degli usi, che restituisce al Paese la sua piazza in quota.”

Chiesa di Santa Maria Immacolata a Longarone. ©Francesca Iovene

“La galleria del Palazzo delle Poste a Firenze, in Via Pietrapiana (1962-1966), è arredata con panchine e vetrine, vuole essere il prolungamento della strada dall’interno dell’edificio.”

“Io ho lavorato con queste intenzioni: il senso di appropriazione di uno spazio, il raccoglimento, il dialogo, il lavoro, il bisogno di stare a proprio agio, il sogno di una nuova qualità della vita. Non lo la presunzione di avere sempre saputo interpretare le giuste attese dei cittadini o entrare nel loro animo. Ma mi fermo a pensare alle persone che si sono servite di ciò che ho pensato, quale confidenza, semmai c’è stata, hanno stabilito con l’opera, se l’hanno rifiutata o hanno subito gli spazi. E se, invece, le persone si sentono stimolate, si siedono sulle panchine o seguono i percorsi, se ritrova o scopre, anche senza piena coscienza, qualcosa di sé.”

giovanni michelucci architetto
Chiesa di Santa Maria Immacolata a Longarone. ©Francesca Iovene

Siamo di fronte ad un uomo, molto più che un architetto, la cui cifra è rara, alla cui sensibilità non siamo più abituati. Non sono forse più questi, i tempi in cui si può applicare un pensiero simile, che pure è ancora attuale. Oppure, bisogna guardare indietro per capire cosa abbiamo perduto.
Questa è un’altra storia.

Post di Laura Mucciolo

Foto Copyright: Francesca Iovene, Mauro Fontana, Filippo poli, Xavier De Jauréguiberry

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