Perfezioni provvisorie: Storie di cose e di case, di Mirtha
Lifeobjects • Culture

Ho in mano uno zaino una borsa una valigia ci sono ancora quattro scatoloni e un materasso e cinque piani di scale.
Ho davanti tutto il mio futuro.
Una porta blindata a cui cambiare serratura, un mobile da buttare, una finestra da cui guardare, settemila domande a cui rispondere
Un divano da spostare e la libreria da montare e tutti quei fottuti sogni da rinfilare nei cassetti della cassettiera anni trenta lasciata dal precedente inquilino.
C’è da installare internet, e capire come funziona la lavatrice.
Comprare una nuova caffettiera e ricordarsi di non bruciarla.
Andare al lavoro con orari improponibili senza ancora avere un letto.
C’è da dividersi l’armadio, dire a Clara di non stare troppo in bagno, che stiamo vivendo in due, che la mattina è per tutti.
C’è da traslare tutti quei ricordi da una città all’altra e non dimenticare che gli amici restano amici, e gli altri non lo sono mai stati.
C’è da fare l’abbonamento ai mezzi, e appendere tutte quelle foto, rispondere a tutte quelle mail.
Dire al capo che hai fatto tardi perché stavi festeggiando l’inizio di una nuova vita che ha più salite di quante immaginassi.
C’è una pila di piatti che non si laveranno da soli e tutte quelle camicie da stirare e c’è da ritirare la posta e portare la bici in cantina.
C’è da chiamare la pizzeria d’asporto perché la spesa proprio non mi andava di farla.
C’è da essere stanchi per quattro, da piangere pensando fosse più semplice, da ridere perché è l’unico modo per non cadere mai per davvero, da correre perché non si è mai in tempo.
Sempre fuori ritmo,
fuori forma.
Il futuro è arrivato come una doccia fredda mentre impacchettavo il passato e mi perdevo il presente.
C’è da decidere il colore delle pareti e bere un bicchiere di vino.
C’è da ricordarsi ogni giorno, di guardare almeno due volte il cielo.
E sorridere.





