Perfezioni provvisorie: 9 Novembre 1989, di Mirtha

mirtha

Si era appena svegliata e stava facendo bollire dello scadentissimo caffè in quella scadentissima casa da studentessa scadente quale era.
Un periodo nero.
Faceva freddo benché filtrasse del chiarore strano dal cielo, quasi fosse sole.
Per arrivare in biblioteca avrebbe dovuto camminare tre ore.
O trovare un pullman, ma di quei tempi non si sapeva mai nulla di preciso.
In realtà probabilmente la sua zona, l’unica che era effettivamente riuscita a permettersi, era l’unica in cui non si aveva la certezza del nulla.
Che melanconia.
La radio gracchiava ininterrottamente parole concitate ma la sua mente era totalmente annebbiata.
In quello stato non sarebbe stata in grado di prestare attenzione ad alcunché.
Completò le azioni della routine mattutina in maniera meccanica e svogliata.
Rovesciò metà del caffè sul tavolo e ingollò un tozzo ti pane avanzato dal don giovanni con cui condivideva quel buco che odorava di tabacco e vino a qualsiasi ora del giorno.
Si sentiva avvolta da una tristezza strana, quella della fine di una relazione che non aveva mai avuto.
La tristezza che una volta provata non può che tramutarsi in gioia sorprendente per le piccole cose.
Uscì sbattendo la porta.
Camminò a testa bassa finché non si rese conto che qualcosa non tornava.
La mente cominciò a sbrigliarsi e ad interrogarsi.
C’era trambusto, frastuono, la gente sorrideva.
Ma che fanno?
Nessuna risposta le sembrava coerente, quindi seguì il flusso instabile di umani sorridenti senza capire né osare domandare.
Vanno verso il muro, si disse.
Cosa diamine stanno facendo? Cosa sto facendo? Passerò per sovversiva mi arresteranno perché non ci ho pensato prima, mi sto infilando in uno di quelli che loro chiamano disordini.
È da trentanni che ci spezzano il cuore in due e poi lo chiamano disordine.
Decise di fermarsi voltarsi e scappare veloce verso la vita tranquilla di tutti i giorni. Lo decise così fermamente che non lo fece e continuò a seguire quella fiumana di persone strane maledicendo tra i denti la sua stessa imprudenza.
Finché non vide.
E le sembrò di vedere per la prima volta.
Gente che si arrampicava senza che nessuno sparasse, pianti di gioia, uomini e donne dell’est e dell’ovest oriente e occidente e poi un unico centro, e di nuovo lacrime di gioia e mani nude che strappavano brandelli di quella barriera solo fisica.
Pianse anche lei svegliata di colpo dal torpore.
Vide la prima crepa.
Come si dice?
C’è una crepa in ogni cosa, ma è da lì che entra luce.

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