Mark Manders e l’estetica del frammento, un dialogo tra presente e passato

L’artista olandese Mark Manders, nato nel 1968 a Volkel, nei Paesi Bassi, è autore di una serie di sculture e d’installazioni di arcaica bellezza, che hanno come tema ricorrente il Tempo, e la sua natura inarrestabile, espresso in molteplici declinazioni, e che costituisce il filo conduttore della sua attività artistica.

Un ensemble di visi e di corpi, o porzioni di essi, di frammenti e di oggetti, decostruiti e ricomposti, svela una raffinata abilità del modellato, alterato e corroso da un atto creativo-distruttivo che supera il linguaggio tradizionale della scultura, e si apre a un’interpretazione in chiave contemporanea e concettuale della statuaria classica.

Mark Manders ha sviluppato un vocabolario visivo personalissimo, e una tecnica che ha il suo punto focale nell’accorpamento di materiali eterogenei, spesso residuali, legno, ceramica, bronzo e resine, messi insieme in un unicum, secondo processi compositivi che fanno eco al linguaggio tipico della poesia, e di certa produzione avanguardistica d’inizio novecento, dal dadaismo al surrealismo.

I wanted to be a writer, but I became more fascinated with objects—how they relate to language and thinking. Instead of writing with words, I started to write with objects. I wanted to create a language out of them.

– Mark Manders

L’arte scultoria di Manders trabocca di lirica drammaticità, di una bellezza decadente, che è quella tipica del rudere, della rovina, è lontana dalla purezza formale e compositiva dell’arte classica, di cui pure riprende i modelli e il pathos, e che costituisce il punto di partenza della sua ricerca artistica.

Le sue opere possiedono una misura fortemente simbolica, si riferiscono all’idea dell’effimero, alla precarietà e al destino fatale dell’esistenza umana, raffigurata in uno stato di costante mutamento, rimandano alla concezione sociologica di frattura e di perdita di riferimenti sociali propri della modernità e della “società liquida”, una società in cui, per dirla alla Bauman, “il cambiamento è l’unica cosa permanente e l’incertezza è l’unica certezza”.

Queste forme consunte, decomposte in chiave cubista, segno di riconoscimento della sua prassi estetica, evocano la natura fragile e fugace della materia, la sua caducità, l’usura irrefrenabile del tempo, e segnano una rottura, allegorica e insieme letterale, con la bellezza ideale e la perfezione ultraterrena dei modelli antichi.

Foto Copyright: Mark Manders – markmanders.org

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