La voce dell’arte per salvare il pianeta, la fotografia di Giuseppe La Spada

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Il mio modesto parere è che l’arte migliore è quella capace di lanciare un messaggio nell’etere. Poi magari non viene colto, o almeno non dai più, ma almeno ci prova, con una capacità speciale di unire nel giusto equilibrio ricerca estetica e sguardo etico.

Oggi uno dei messaggi più diffusi e meno ascoltati è quello che riguarda il riscaldamento globale. I dati sciorinati a questo proposito sono infiniti ed esprimono tutti una netta condanna ma nonostante ciò qualcuno continua ancora a negare che esista. Il vero problema tuttavia sono i più, ovvero quella stragrande maggioranza di persone che sa che cos’è, che sostiene di percepire la minaccia, ma nonostante questo non si rende conto del potere che ha tra le mani in quanto individuo pensante, influente nella sua cerchia di conoscenze e dotato di potere d’acquisto, e lo lascia lì inutilizzato. Ad una crescita delle capacità umane date dal progresso non è stata accompagnata un’educazione al corretto utilizzo di tale potenza: ecco perché quella del riscaldamento globale, come puntualizza anche papa Francesco nella sua famosa enciclica Laudato si’, è una sfida soprattutto culturale.

Se la scienza rimane ancora sostanzialmente inascoltata (o distrattamente ascoltata), ecco allora che anche la cultura stessa deve intervenire, e dunque anche l’arte e la sua capacità di trasformare i numeri e i calcoli in emozioni.

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Questo è il significato che affido, credo non a torto, ad una serie di fotografie di Giuseppe La Spada, palermitano classe 1974, dal titolo In a changing sea. Di questa serie del 2017 ho potuto vedere tre scatti dal vivo, esposti nella mostra trevigiana RE.USE – Scarti, oggetti, ecologia nell’arte contemporanea aperta fino al 10 febbraio 2019. In questi scatti in bianco e nero la plastica, oggetto infestante e pervasivo dei mari e degli oceani, viene provocatoriamente resa gioiello, fluttua invasa dalla luce nell’acqua nera e profonda. Così bella da confonderci: solo ad uno sguardo più attento ci rendiamo conto che quegli oggetti luminosi che danzano sono invece il più pericoloso veleno della vita acquatica.

Per usare le parole dell’artista, l’acqua, che è ambiente e soggetto privilegiato delle opere di La Spada, “è sospensione”: per un momento in quell’ambiente ci sentiamo anche noi fluttuare e per diversi istanti anche il nostro giudizio rimane sospeso lasciandoci guidare dai sensi. La grazia di questi scarti artificiali sfida il nostro pensiero: l’incantesimo dello scatto, che ci proietta osservandolo nel silenzio delle profondità marine, all’improvviso si spezza. Ciò che attraeva i nostri sensi ora urta il nostro sentire etico. La consapevolezza affiora in superficie. L’eleganza dell’oggetto si scontra con il suo essere dannoso, nocivo, un prodotto umano che devasta l’equilibrio naturale. Il messaggio arriva, delicato, e spero riesca a lasciare qualcosa nelle persone che lo osservano. La bellezza dell’opera, il suo equilibrio formale e la ricerca estetica, sono giustificate proprio da quanto dicevamo prima: la sfida climatica è culturale, deve toccare le nostre corde più intime, i nostri sensi, la nostra anima. Famosa (ma anche controversa) è l’affermazione di Dostoevskij sulla bellezza che salverà il mondo; una cosa però è certa: dalla bellezza spesso nascono cura, positività e speranza.

Quella descritta negli scatti di questa serie è la verità del mare, una verità che in questo caso, come mostra in modo geniale anche la cover di National Geographic dello scorso giugno, è invisibile allo sguardo. Un mondo magico e ancestrale popolato da molte più presenze di quelle che riusciamo ad immaginare; il dramma è dato dall’incompatibilità di ciò che è naturale e di ciò che è artificiale. Possiamo anche evitare di pensare a quell’isola di plastica nel Pacifico (tra la California e le Hawaii) grande 3 volte la Francia se ci sembra troppo assurda per essere vera. Pensiamo piuttosto al Mediterraneo, che ci è più vicino geograficamente e per sensibilità: secondo il WWF ogni anno l’Europa vi riversa tra le 150 e le 500mila tonnellate di macroplastiche e tra le 70 e 130mila tonnellate di microplastiche (quelle più dannose, che finiscono anche negli stomaci dei pesci che poi finiscono nelle nostre tavole). L’Europa è il secondo produttore di plastica al mondo e all’interno della Comunità Europea l’Italia è il secondo Paese che ne consuma di più. Ecco allora che il problema è globale, cioè di ciascuno di noi.

Molte altre sono le opere di La Spada che riflettono e inducono a riflettere su questi temi, dalle istallazioni alle opere multimediali e alla fotografia. Vi invito a scoprirle, a diffonderle per diffondere consapevolezza e speranza, come quel fiorellino bianco nascosto tra i corpi e le figure confuse di quella grande opera che è Guernica, una città indifesa sotto l’attacco aereo dei nemici.

Post di Giorgia Favero

Foto Copyright: Giuseppe La Spada – giuseppelaspada.com

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