La teoria di Andrea Branzi, dagli anni di Firenze ad oggi

Andrea Branzi

Architetto e designer nato a Firenze nel 1938, dove si è laureato nel 1966, Andrea Branzi vive e lavora a Milano dal 1973.  Le sue opere e la sua teoria hanno costantemente “messo in crisi” il movimento moderno e le teorie urbane.

In questo post vi racconteremo una conversazione che si è tenuta tra Branzi e Richard Ingersoll presso il Politecnico di Milano. Un incontro sintesi della teoria e del pensiero dell’architetto. Le tematiche affrontate sono molteplici: si va dal movimento moderno, alla globalizzazione, al mondo del XXI Sec e alle sue complicazioni. Passando attraverso i progetti di Archizoom degli anni 60 fino a quelli più recenti.

Andrea Branzi Designer

Pochi come Andrea Branzi hanno saputo (e sanno) interpretare e comprendere la realtà che ci circonda.

La sua città natale è il grembo nel quale incominciarono tutte le sue teorie e dove nacque negli anni 60 il gruppo Archizoom. Anni contrassegnati da forti cambiamenti politici e sociali, entrambi di rottura e di rinnovamento rispetto al passato.

Questo contesto, unitamente alla città di Firenze, ha permesso a questo gruppo di crescere e svilupparsi. Il contesto era quello che tutti conosciamo, negli anni 50 e 60 si viveva in un sistema culturale-politico bloccato e irrigidito, dopotutto erano gli anni della guerra fredda.

Gli anni 60 furono gli anni in cui nel più ampio contesto europeo, specialmente nelle città di Parigi e Londra, incominciarono a diffondersi simili movimenti di rottura. Se pensiamo ad Archigram a Londra, ai situazionisti e Constant a Parigi, facilmente possiamo collegare il tutto e comprendere Andrea Branzi quando dice che il clima era quello giusto per nuovi fermenti di cambiamento.

Se si osserva lo sviluppo della cultura del progetto dal XX sec ad oggi, possiamo constatare che il movimento moderno è passato attraverso la densa e drammatica storia del novecento senza subire modificazioni o adattamenti. Privo di alcun turbamento ha proseguito nella storia della propria disciplina autoreferenziale”. La prima constatazione da cui Branzi parte.

Questo atteggiamento è fondamentalmente sbagliato per gli Archizoom, “In questo modo la storia del progetto rimane separata dalla storia del reale”

No Stop City Andrea branzi

Se dovessimo trapiantare un tale comportamento al giorno d’oggi, ma anche negli anni 60, ci troveremmo ad essere obsoleti e fuori dalla realtà. Appunto. Nel XXI sec ancor più che nel XX sec le trasformazioni delle città sono molto più che evidenti. E se nel precedente secolo è stato permesso di ignorarle, per la nostra contemporaneità non è più possibile. Questo è il monito di Andrea Branzi ed è da qui che la sua ricerca prende forma e sostanza.

Il XXI Secolo ha alcune caratteristiche oggettive di diversità: le città sono affollate, sono dense di persone che grazie alle loro personalità sono portatrici di vitalità e creatività all’interno del tessuto urbano e/o architettonico – eppure nelle stragrande maggioranza di fotografie a stento percepiamo la presenza dell’uomo.

“Le persone sono enzimi che invadono lo spazio e lo riempiono…Questo fenomeno, del tutto naturale e del tutto spontaneo, ha tolto importanza alla città. Per meglio comprenderlo, Andrea Branzi cita l’esempio di New York. Nella metropoli ormai ci si orienta basandosi sui basements, ovvero sulle vetrine, sulle fermate pubbliche, sugli arredi urbani ecc… sempre meno si guarda esclusivamente all’architettura. Questo la porta a non essere più percepita come matrice dell’ambiente urbano”

Proprio in quest’ultima frase potrebbe essere collocato tutto il senso del progetto visionario “No-Stop City“. Nel concepire una città non più attraverso gli edifici e le forme architettoniche, ma attraverso flussi di persone, informazioni e merci. “La città non è più rappresentata da un insieme di scatole architettoniche, ma è un prodotto fluido di persone, servizi, comunicazione e globalizzazione. Oggi la No-Stop city è interpretata come uno dei primi tentativi di rappresentare il progetto nell’era della globalizzazione”

Nella seconda metà del secolo scorso, il concetto di Globalizzazione portava con sé significati che oggi come oggi sono mutati:“Veniva vista come una sorta di omologazione generale all’interno di un flusso di merci, servizi e comunicazioni…” Ma nel XXI Sec. ci troviamo in una situazione non troppo felice, “ …Oggi viviamo sapendo che la globalizzazione ha fallito, non ha creato vantaggi, ma un sistema di conflitti locali e globali.”

 Branzi continua sull’argomento affermando che oggi non siamo lanciati verso il progresso comune, non abbiamo un orizzonte condiviso,”Il nostro secolo non garantisce alcun fine. Quest’epoca della crisi della Globalizzazione ci fa vivere nel mondo di oggi dove si sta prospettando una crisi del capitalismo oltre a quella già avvenuta in passato del socialismo.”

La cultura del progetto, sempre secondo il docente di Design presso il Politecnico di Bovisa, è tutt’ora tagliata fuori dal mondo e da queste dinamiche.

“Siamo passati da una civiltà architettonica che identificava nell’atto costruttivo il valore storico, ad una civiltà merceologica caratterizzata dai flussi di merci, informazioni e servizi… (Questi flussi) per loro natura sono delle realtà senza territorio, sono diffuse, trasferibili… Non c’è più la rigidità e la fondatezza dell’architettura.”

Andrea Branzi Teoria

Da queste considerazioni e in questo contesto, Andrea Branzi ha redatto la Nuova Carta d’Atene.

Il riferimento è chiaro e proprio da li muove le sue mosse. In queste righe abbiamo compreso il pensiero dell’architetto riguardo alla città e questa nuova carta di Atene nasce dalle considerazioni di una realtà frammentata.

La sua idea è che il mondo ormai non è più organizzabile per aree tematiche (probabilmente non lo è mai stato).  Se pensiamo che al giorno d’oggi un pc connesso a internet può essere dislocato ovunque… E se riflettiamo su quante persone ne sono in possesso… “Questo tipo di diffusione/fusione crea nuovi incontri… Ad esempio Architettura e Agricoltura storicamente non coincidono mai, ma oggi la situazione cambia. Non esiste più una civiltà agricola e una urbana, tutte e due fanno parte della stessa logica economica del capitalismo”. Sta proprio qui il merito di Branzi, lui per primo riuscì ad intuire la crisi dell’istituzione della città.

In questo fa parte di una tendenza che ai suoi inizi era stata minoritaria, ma che oggi sta crescendo e diffondendosi sempre più. “A partire dalle avanguardie storiche, personaggi come Pollock o Sir Francis Bacon portarono avanti la ricerca della “Reversibilità delle legge di Darwin” come condizione di estrema libertà, il fondersi con la natura. Noi assistiamo oggi al riemergere di alcuni comportamenti che il progetto fatica a star dietro…”

Branzi cita gli Hikikomori, i nuovi eremiti metropolitani di Tokyo che vivono isolati dal mondo, ma comunicano con esso attraverso i media – Gli Owling, dove i giovani americani guardano il mondo privo di senso – I Parkour, particolari “scimmie” metropolitane… Tutto questo, queste generazioni non teorizzano quello che stanno facendo, lo fanno e basta. La realtà è così.

L’insegnamento e la teoria di Andrea Branzi sono illuminanti. La sua ricerca è focalizzata sul presente e sul reale, in questo senso il designer Italiano assomiglia molto al grande architetto americano Robert Venturi. Entrambi sono dotati di un forte senso di attaccamento al reale ed entrambi non amano il giudizio a-priori. Uno dei molti meriti di Branzi, come gli è stato ampiamente riconosciuto, è quello di essere uno dei primi ad ipotizzare la città del futuro, intesa più come concetto che come artificio. Il suo continuo ripetere che oggi viviamo all’interno di un mondo scandito da flussi di merci, persone, servizi e comunicazione lascia intendere qual’è la via da lui intrapresa nell’interpretare il nostro tempo. Qualsiasi progettista dovrebbe muovere da queste riflessioni e portarle avanti. Portarle avanti poiché esse, così come la realtà descritta da Branzi, non sono definite, ma sono in divenire e per questo vanno colte e interpretate nel tempo.

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