La riscoperta di Oreste, progetto di un’estetica relazionale

La Project Room del Mambo, in linea con la sua finalità, ovvero la valorizzazione dei linguaggi artistici sviluppatisi nel territorio bolognese e regionale, ha ospitato fino allo scorso 5 maggio 2019 la mostra No, Oreste, No! Diari da un Archivio Impossibile.

Nel testo a corredo della mostra, a cura di Serena Carbone, viene approfondito ed esplicato il significato di Oreste e del suo progetto.

Oreste viene chiamato così dagli amici, per tutti gli altri è Progetto Oreste, nasce nel 1997 e muore nel 2001. Oreste non ha prodotto opere, ma quattro residenze (due a Paliano, nel 1997 e nel 1998, due a Montescaglioso nel 1999 e nel 2000), tre pubblicazioni; ha organizzato due convegni (Come spiegare a mia madre che ciò che faccio serve a qualcosa? Al Link di Bologna nel 1997 e OAI-Organismi d’arte indipendenti a Lecce nel 2000); è stato invitato a tre mostre (la 48a Biennale di Venezia nel 1999, Democracy! Al Royal College of Art di Londra nel 2000 e le Tribù dell’Arte nel 2001).
Oreste, dunque, è una rete, è un luogo di incontro, di racconto, dove gli artisti per la prima volta parlano di se stessi, del loro progetto e delle loro idee senza la mediazione di galleristi e musei. Fondamentali per la genesi di tale Progetto furono Cesare Petroiusti, che insieme a Salvatore Falci pensavano a un modo di “far parlare direttamente gli artisti.

– Serena Carbone, curatrice della mostra

Lo stesso Petroiusti, con Emilio Fantin, Giancarlo Norese e Luigi Negro hanno realizzato l’Archivio Oreste raccogliendo il materiale audio-visivo, i video, gli interventi, in parte esposti in mostra. Ciò riguarda principalmente le residenze, la Biennale il convegno Come spiegare a mia madre che ciò che faccio serve a qualcosa?, svoltosi dal 31 ottobre al 2 novembre del 1997, al Link di Bologna, città attenta alle voci dell’arte contemporanea e stimolata da molti degli artisti che vi avevano frequentato l’Accademia e il DAMS. Visibile, inoltre, l’installazione Oreste Vision di Mario Gorni e Paola Di Bello, esposta, nel 2001, in occasione della mostra Le Tribù dell’Arte, a Roma.

Dall’osservazione di quanto esposto, si evince che il nucleo vitale e il cuore pulsante di Oreste è la relazione di persone che si sentivano partecipi di una comunità che dialogava con un linguaggio comune, quello dell’arte, divenendo portavoce di un proprio Io, che diventa Noi, durante l’incontro con l’altro, per “Fiducia e affinità di intenti”.

Oreste

Ed è proprio per questo che Oreste diventa “estetica relazionale”, in quanto come sostiene la Carbone: “è il come avviene l’incontro con l’altro, il come ci si mette in ascolto dell’altro, che assume una sua precisa percezione, cognizione e trasmissione estetica”. Partendo dal concetto di estetica relazionale, prende vita il sito UnDo.Net, archivio navigabile, curato dalla Premiata Ditta, dal 1999 al 2015, grazie al quale è stato possibile prendere visione di tutti i progetti di Oreste.

Anche dopo la sua “morte” avvenuta nel 2001, si è continuato ad avvertirne la presenza. Ne è stata testimone la seconda installazione presente: Illustre Scultura Polimaterica con “scarti di produzione”, realizzata nel 2010, da parte di una trentina di artisti, di cui alcuni già in Oreste, presentata ad Arte Fiera e al Link.

Al fine di creare nuova relazione tra il passato e il presente, ubicato al centro della Project Room, un tavolo con delle sedie, intorno al quale si terranno degli incontri a cura di professionisti nel settore dell’arte, con l’auspicio, di un recupero, in senso critico della storia di Oreste.

Foto Copyright: mambo-bologna.org

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