La “città irreale” fuori dalla finestra. Mario Merz e il concetto di abitare

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Hangar Bicocca, Milan

Mario Merz introduce al mondo i suoi igloo nel 1985, anno in cui Harald Szeemann organizza presso la Kunsthaus di Zurigo una personale dedicata a tutte le tipologie di igloo fino ad allora realizzate dall’artista. Quelli che diverranno i tratti identificativi della sua poetica prendono forma già a partire dal 1968 sotto l’ampio manto dell’Arte Povera: l’utilizzo di materiali di recupero, di oggetti quotidiani e di scarto, in grado di evocare un ritorno alle origini sono fra le caratteristiche più importanti del movimento artistico italiano. Così sono gli igloo di Merz, costruiti ricalcando le strutture abitative delle popolazioni Inuit.

Il richiamo al modello di casa archetipica (come veniva definita dallo stesso Merz) passa attraverso il concetto di precarietà, espresso attraverso l’impiego di materiali ‘poveri’ e, spesso, poco durevoli, come la iuta, il fango, l’argilla, i rami, per nominarne alcuni. La precarietà delle strutture abitative di Merz è legata ai concetti di transitorietà, mutevolezza e cambiamento, concetti che pervadono le civiltà umane a partire dalle origini, quando i popoli terrestri erano per lo più nomadi.

Le opere di Merz presuppongono un approccio non definitivo al rapporto con la casa, con il rifugio e la stabilità: la società odierna è forse ancor più mutevole e soggetta al cambiamento di quanto non fossero le civiltà archetipiche da cui l’artista prende ispirazione. Il concetto di insediamento, di struttura abitativa, non solo fisica ma emotiva, cambia e si evolve a seconda del momento storico, delle influenze esterne, degli stimoli personali: ecco allora che troviamo igloo diversissimi fra loro, con riferimenti a momenti storici ben delineati, a figure politiche e letterarie, a persone, luoghi, oggetti.

Le case girano intorno a noi o noi giriamo intorno alle case? – Mario Merz, 1994. Opera esposta presso la Gladstone Gallery nel 2008. Foto j-No

Attraverso le sue opere, Mario Merz ci invita inoltre a riflettere sulla dicotomia interno/esterno con la quale si ci rapporta nel momento in cui si passa dall’interno della propria abitazione o rifugio al mondo esterno, sconosciuto, spesso percepito come minaccioso.

Ma la dicotomia può diventare luogo di incontro nel momento in cui si considera l’atto di abitare non come qualcosa di definitivo, costantemente delineato, ma come una situazione in movimento, che ci mette a contatto con ciò che ci circonda, ci abbraccia, ci immerge nel mondo. Ecco allora che gli igloo di Merz diventano inevitabilmente parte dell’ambiente, forse ci si confondono, perché si adattano e mutano con esso.

Senza titolo – Mario Merz, 1991. Opera esposta presso il Teatro Margherita di Bari per la mostra ‘Arte Povera in Teatro’. Foto Corrado dall’Oglio

Pensando alla nostra percezione di abitare odierna, è possibile che il nostro senso di ‘casa’ sia alterato dalla situazione di difficoltà che siamo chiamati a sopportare, ad affrontare giustappunto rimanendo all’interno delle nostre abitazioni per far fronte alla crisi sanitaria. Il momento straordinario in cui tutta l’umanità si trova può essere vissuto con spavento, rabbia, timore. Può essere elaborato con ostinato rigetto per la casa in cui ci sente costretti, con un sentimento di rifiuto tanto forte e testardo da richiedere continui richiami all’ordine. Eppure, la nostra casa, oggi, è forse il luogo più sicuro in cui possiamo trovarci.

Come suggeriva Merz in tempi non sospetti, prendendo spunto dalle mutevolezze archetipiche umane, le strutture abitative possono permettere a chi le occupa di immergersi nel tutto, di superare la linea di confine fra interno ed esterno, di considerare la situazione mobile e precaria dell’essere umano come un alleato e non un nemico. La “città irreale” che vediamo oggi guardando fuori dalla finestra è assimilabile al concetto abitativo di Merz, ovvero, come affermò il teorico dell’arte, Germano Celant nel 1971: “una situazione in sospeso”.

Ciò che oggi ci appare come insostenibile ed immutabile è inesorabilmente destinato a cambiare. Per questo motivo, oggi, può essere utile impegnarsi in una rivalutazione del concetto di abitare in termini di messa in moto dinamica e inarrestabile di cambiamenti umani e ambientali ai quali siamo chiamati a far fronte, ad adattarci, a mutare. La relazione metaforica che si mette in atto con lo spazio circostante è generata proprio dal movimento insito nella precarietà e può aiutarci a ricucire i nostri fragili rapporti con il mondo attorno a noi. Questo sarà possibile se saremo in grado di reinterpretare le nostre case come luoghi di incontro, di cambiamento, di riflessione e vita.

Silvia Bottani, per Doppiozero
Luoghi senza strada – Mario Merz, 1979. Opera esposta presso HangarBicocca. Foto Clara Bigoni

Post di Clara Bigoni

Foto Copyright: Copertina, Renato Ghiazza – (1) j-No – (2) Corrado dall’Oglio – flickr.com

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Tag: Mario Merz.
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