Keith Haring a Milano, graffittista e non solo

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110 opere esposte a Milano nelle sale di Palazzo Reale raccontano l’opera di Keith Haring. Alla sua arte, così universale, dinamica e pop, sono accostati vasi antichi, maschere africane e calchi romani: è proprio da questo confronto con il passato che diventa possibile leggere retrospettivamente l’opera di Keith Haring scovando una ricerca estetica che, oltre a nascere dalla storia delle arti, produce un linguaggio nuovo ma ancora fortemente legato alla tradizione.

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Haring, pur essendo uno street artist , studia la tradizione, la assimila e la integra nelle sue opere facendo di se stesso e della sua arte i portavoce di una controcultura socialmente e politicamente impegnata su temi quali il razzismo, l’AIDS, l’alienazione giovanile e la minaccia nucleare.

Sento in qualche modo di poter continuare una ricerca, un’esplorazione che altri pittori hanno iniziato. Io non sono un inizio, non sono una fine. Sono un anello di una catena.

-Keith Haring

Keith Haring nasce in Pensylvania il 4 Maggio 1958 ed è fin da piccolo divoratore di fumetti e di cartoni animati. Negli anni 80 arriva a New York e studia presso la School of Visual Arts, frequentando le lezioni di Kosuth, pioniere dell’arte concettuale. La metropolitana diventa il suo laboratorio: riempie gli spazi pubblicitari vuoti con disegni a gesso. Il pubblico newyorkese lo nota, ne riconosce il segno e, soprattutto, lo apprezza.

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In questi ambienti compare per la prima volta il “Radiant Baby”, simbolo identificativo dell’arte di Keith: un bambino a carponi dal quale escono raggi luminosi. Il riferimento è all’iconografia cristiana, dove i raggi che rappresentano la grazia divina sono per Haring messaggi di amore ed ottimismo.

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Nel 1982 la svolta: gli viene organizzata la prima mostra personale da Tony Shafrazi, gallerista e mercante di spicco che ha riconosciuto prima di tutti il genio creativo di Haring, Francis Bacon, David LaChapelle.

Arriva così il successo internazionale: è invitato alla biennale del Whitney Museum, viaggia per tutta Europa, Elio Fiorucci, avanguardista della moda, lo invita a decorare il suo negozio in Galleria Passerella a Milano come meglio crede.

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Haring diventa una superstar che oltre a guadagnare milioni nelle gallerie, realizza opere di arte pubblica in tutto il mondo: è incaricato dal Mauer Museum di realizzare un messaggio di pace lungo più di 300m sul Muro di Berlino ed ora andato perso; in Italia ritroviamo “Tuttomondo” la più grande opera pubblica di Keith, realizzata a Pisa nel 1989, sulla parete esterna della Canonica della Chiesa di Sant’Antonio abate.

Il mio contributo al mondo è la mia abilità a disegnare. Disegnerò il più possibile, per tutte le persone possibili, il più a lungo possibile.

-K.H.

L’insorgere delle macchie tipiche dell’AIDS pur essendo avvertito da Keith Haring come una condanna a morte, non ne limita la produzione artistica. Fino al 16 febbraio 1990, giorno della sua scomparsa, Keith continua infatti a lavorare, raffigurando il virus come il demonio. Nella tela “The Last Rainforest” del 1989 crea uno scenario infernale: tra violenza, sesso, malattia e morte si scorge un piccolo Radiant Baby, simbolo di speranza e protetto da un albero come fosse in un grembo.

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Nei dieci anni che gli sono stati dati per esprimere il suo pensiero artistico Haring ha coltivato una cultura curiosa e orientata verso ambiti più diversi e verso diverse forme di espressività quali musica, danza e poesia. Il pensiero di Keith esplora il ruolo dell’immagine nella storia della rappresentazione

del mondo e la reinterpreta con i filtri della cultura contemporanea. La prima sezione della mostra, intitolata Umanesimo, si apre infatti con uno degli omini generalmente rappresentati da Haring: se il ventre forato vuole essere un riferimento all’assassinio di John Lennon, le braccia alzate e le gambe divaricate rimandano invece all’uomo vitruviano di Leonardo da Vinci. In Unfinished Painting, opera creata a pochi mesi dalla morte, Haring riconosce un “senza fine” della sua opera: citando il “non finito” di michelangiolesca memoria, Haring lascia aperti discorsi che altri, in futuro, porteranno avanti.

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La retrospettiva milanese a cura di Gianni Mercurio va certamente vista: si presenta al pubblico come una esaustiva ricostruzione del lavoro di Haring, della sua storia e della sua estetica. Proponendo un confronto diretto e rintracciando i legami con l’arte del passato, le opere di notevoli dimensioni qui esposte avvolgono e commuovono lo spettatore.

Foto Copyright | info: Keith Haring

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