Il ragazzo ribelle che fa riflettere sull’identità umana, Basquiat al MUDEC di Milano

Jean-Michel Basquiat

La mostra Basquiat ospitata al MUDEC di Milano fino al 27 Febbraio 2017, ripercorre la vicenda artistica di Jean-Michel Basquiat tra il 1984 e il 1987.

140 opere provenienti dalla collezione privata di Yosef Mugrabi sono suddivise dai curatori Jeffrey Deitch e Gianni Mercurio secondo due criteri: uno cronologico e uno geografico, capace di ripercorrere i luoghi che hanno segnato il fare artistico di Basquiat.

Scopo della mostra è sottolineare come vita e opera di Jean-Michel Basquiat non possano essere scisse, siano l’una insita nell’altra; la genialità della sua opera risiede infatti nel saper incarnare quella cultura newyorkese così fragile e dannata di fine anni Settanta e inizio Ottanta, aggiungendovi la sua tragica storia personale terminata a soli 27 anni e caratterizzata dall’identità nera e dalla storia afro-americana.

Ciò che ne scaturisce è un’arte capace di porsi come collegamento tra più e diverse culture, capace di portare all’attenzione del pubblico tematiche essenziali sull’identità umana e sulla dolorosa questione della razza attraverso uno stile diretto e solo apparentemente infantile.

basquiat

Nella prima sala si affrontano gli anni che vanno dal 1977 al 1981, quando lo studio di Basquiat è la strada e le opere vengono firmate come SAMO.

L’acronimo S.A.M.O. – Same Old Shit – ideato da Jean-Michel Basquiat e da Al Diaz durante gli anni della scuola, vuole essere più di un semplice tag: SAMO è una caricatura del modo in cui la società circostante si rapporta a valori e convinzioni.

I graffiti concettuali firmati SAMO sono proteste sincopate ed espressioni esistenziali che trovano i propri riferimenti nella politica, nella filosofia e nella religione.

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Caratteristica di questi graffiti è una sensibilità tale da raggiungere quella forza compositiva che fonde testo e immagini, storia e contemporaneità.

È in queste prime espressioni artistiche che troviamo la parola, spesso anche cancellata e che sarà poi cifra caratterizzante del lavoro di Basquiat: parole usate come se fossero pennellate. Egli le cancella e le nasconde per catturare l’attenzione del pubblico, per suscitare la curiosità di sapere cosa è stato sbarrato dalla spessa linea nera.

La collaborazione con Al Diaz termina nel 1979 e le strade di Manhattan si popolano di scritte “SAMO Is Dead”. Ciononostante Basquiat continua a usare l’acronimo per firmare le sue opere, esposte alla mostra New York, New Wave, organizzata nel 1981 presso il P.S. 1 di Long Island City.

Opere come Airplanes o Old Cars, entrambe del 1981, si caratterizzano per l’impiego di materiali poveri, per la resa infantile del tratto pittorico e per la rabbia dei motivi rappresentati.

Proprio questa rabbia, così forte ed esplosiva, coglie l’attenzione del gallerista Emilio Mazzoli che nel 1981 organizza la prima mostra personale di Basquiat presso la sua galleria di Modena.

Avvalendosi di tecniche che risentono ancora molto del graffitismo come la bomboletta spray o la visione frontale delle figure, Basquiat mette nei quadri esposti nella seconda sezione della mostra tutto quello che vive per le strade di New York City: parole e lettere si fondono con le immagini per restituire l’energia e la cacofonia della realtà della Grande Mela.

In New York New York, 1982, il nero tanto denso e scuro rappresenta il catrame, mentre le lettere dipinte di bianco su sfondo nero e viceversa, restituiscono il suono e la frenesia del traffico, del lavoro, della vita. Aspetto fortemente autobiografico è la scritta Milk in basso a destra, unico pasto che Basquiat, senzatetto, potesse permettersi.

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Con la mostra presso la galleria di Mazzoli, Basquiat inizia ad acquisire fama nel campo dell’arte, tanto che Annina Mosei, tra le più influenti galleriste di New York, si propone come sua mercante d’arte offrendogli l’uso dello scantinato sotto la sua galleria come studio.

Pur non vivendo più in strada questo periodo si rivela essere per Basquiat molto tormentato: vivendo sotto la galleria, è infatti costantemente interrotto e disturbato dai collezionisti che folgorati dalle sue opere, insistono per acquistarle nonostante non siano ancora terminate.

A questi anni risalgono le opere della terza sezione, tra le più iconiche del corpus di Basquiat; spicca tra tutte Loin, una riflessione sulla problematica della schiavitù e della razza nera resa attraverso colori netti e decisi, e da un tratto quasi primitivo.

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Avvertendo il disagio di Jean-Michel, Annina Nosei gli procura un loft a Crosby Street, in modo che possa lavorare senza essere disturbato.

Nel loft Basquiat lavora con la televisione sempre accesa e sintonizzata sui programmi di cartoni animati, dai quali prende spunto per la resa figurativa dei soggetti e per lo spirito narrativo da conferire ai suoi quadri. Il risultato sono opere apparentemente infantili, ma che in realtà rivelano una conoscenza molto approfondita, soprattutto della storia dell’arte antica e moderna.

Pur non avendo mai terminato le scuole, Basquiat, spinto dalla propria curiosità, si è sempre documentato studiando a fondo diverse materie che traspaiono spesso nelle sue opere. Si intravvede lo studio dell’anatomia, dell’archeologia, della storia, ma anche dell’alchimia, materia che lo coinvolse molto.

Egli vede infatti le sue opere come veri e propri incantesimi creati contro ciò che più lo spaventa.

Ultimo luogo ad influenzare le opere di Basquiat è un’ex rimessa per carrozze situata a Great Jones Street, dove vive fino alla sua morte nel 1988. Grazie alla luce che penetra da ogni lato, gli spazi ampi e la tranquillità emanata dal luogo, Jean-Michel Basquiat realizza qui quelle che sono considerate le sue opere più profonde e spirituali. Pyro del 1984, espressione del nuovo impegno artistico di Basquiat, trova nel soggetto un riferimento al personaggio dei fumetti Marvel, l’ex scrittore insoddisfatto che si dà al crimine ma che sul finale riesce a redimersi. Pyro incarna dunque la figura – a tratti autobiografica – del supereroe negativo che infrange le regole ma che riesce sempre a riscattarsi

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In una mostra su Jean-Michel Basquiat non si può non sottolineare lo stretto legame con Andy Warhol

I curatori dedicano infatti una sezione della mostra alla serie di quadri realizzata a quattro mani dagli artisti tra il 1984 e il 1985, considerata ancora oggi una delle più notevoli collaborazioni della storia dell’arte moderna e contemporanea.

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Tra le opere di Basquiat e le collaborazioni con Andy Warhol, troviamo esposti disegni, serigrafie ed objets trouvés; se i disegni e i piatti su cui sono ironicamente ritratti i personaggi più influenti di arte e cinema evidenziano l’attenzione di Jean-Michel per la società in cui vive, e il legame con la musica e con lo sport, le serigrafie della serie Anatomy (1982) ne rivelano l’ossessione per il corpo umano.

Jean-Michel Basquiat in mostra al Mudec

Quando da bambino è costretto a un mese di convalescenza in ospedale in seguito a un incidente automobilistico, gli viene regalato dalla madre il manuale di anatomia di Henry Gray:

I curatori dedicano infatti una sezione della mostra alla serie di quadri realizzata a quattro mani dagli artisti tra il 1984 e il 1985, considerata ancora oggi una delle più notevoli collaborazioni della storia dell’arte moderna e contemporanea.

Basquiat ne è talmente catturato che in ogni sua opera, indipendentemente dal periodo e dal supporto su cui viene realizzata, troviamo accenni, sia sotto forma di immagini che di scritte, alle tavole anatomiche.

MichaelHalsbandAndy Warhol and Jean-Michel Basquiat1985Gelatin Silver Print

Percorrendo dunque le diverse sezioni della mostra, e pur constatando l’evoluzione dei temi e del tratto pittorico dell’artista, ciò che colpisce veramente il pubblico è che ancora oggi, a distanza di 30 anni dalla sua morte, Jean-Michel Basquiat riesce a essere contemporaneo in ogni sua opera.

Che si tratti del periodo SAMO o dei lavori di Great Jones Street, le opere di Basquiat sono sentite, lasciano un segno in chiunque le guardi, soprattutto nelle giovani generazioni: è la capacità di comunicare la sensazione di disagio esistenziale che determina il successo delle sue opere.

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