Il museo MAAT di Lisbona, occasione mancata o nuovo landmark?

museo maat

Lisbona è la nuova Berlino, Lisbona è la nuova Londra, Lisbona è la nuova Parigi. Quante volte ce lo siamo sentiti dire, ultimamente?

Vetrina di una primavera portoghese cominciata in sordina qualche anno fa e giunta ormai al suo culmine, la capitale lusitana si presenta al turista europeo con un volto nuovo.

E mentre il turista europeo, inebriato dalla sua bellezza e galvanizzato dai suoi prezzi competitivi, si accalca rubicondo e sazio per i vicoli del Bairro Alto, da Restauradores al lungo Tejo, da Bica a Baixa, vengono avviati cantieri e progetti di riqualificazione ogni settimana, testimoni silenziosi – ma neanche troppo – dell’instancabile impegno della municipalità nel trasformare Lisbona in una meta turistica competitiva.

Uno dei protagonisti di questa rinascita è il Maat, Museo di architettura, arte e tecnologia inaugurato nell’ottobre dell’anno scorso a Belém.

Commissionato dalla Fondazione del colosso energetico EDP, il museo è frutto di un intervento privato di 20 milioni di euro e si estende su un’area di oltre 6000 m² sul waterfront di Lisbona.

Il progetto è stato affidato ad Amanda Levete e alla sua firma londinese AL­_A, già conosciuta per un RIBA Stirling Prize nel 1999 e per il progetto dell’ampliamento del Victoria and Albert Museum di Londra.

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Arrivando da Belém, il profilo flessuoso del museo Maat sembra un’increspatura del Tejo, quasi emergesse dal pelo dell’acqua. La copertura si trasforma in una terrazza panoramica affacciata sul fiume, raggiungibile attraverso una complessa modulazione di rampe, mentre l’ingresso, posto al di sotto di questo guscio madreperlaceo, sembra inghiottire il visitatore.

Il bianco domina sia gli interni che gli esterni, tributo della Levete all’affezione portoghese per questo colore, ma se il disegno tridimensionale delle ceramiche di rivestimento si tinge di sfumature cromate, riflettendo i colori del fiume e del cielo, gli interni, flessuosi e ampi, restano diafani, dando l’impressione di uno spazio infinito.

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La magia, però, finisce qui. L’edificio non sembra in grado di risolvere l’annoso problema della cesura della ferrovia che isola il waterfront dal resto della città.

Solo un esile ponte tenta di collegare la terrazza-copertura al quartiere storico di Belém, un gesto tuttavia troppo timido per poter realizzare l’ambizioso progetto di ricucire il tessuto dell’area.

L’interno del museo, invece, paga un po’ il prezzo della libertà dei suoi spazi espositivi: l’allestimento della mostra inaugurale Utopia/Dystopia, per quanto interessante nei contenuti, fa molta fatica ad addomesticare lo spazio, rivelando la fragilità di un ambiente espositivo così bello da vedere vuoto, ma così difficile da riempire.

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Realizzato in meno di un anno, così come la sede degli uffici EDP dei fratelli Mateus, il museo Maat va contro il ritmo dell’ancestrale flemma portoghese. Questa smania di costruire e finire in fretta, per certi versi ammirevole, rischia però di ripercuotersi sulla qualità del costruito e sul valore del suo programma culturale.

Bisogna dunque aspettare un po’ per capire se il direttore del museo, Pedro Gadanho, sarà in grado di imporre il Maat all’attenzione internazionale, trascinando Lisbona nell’Olimpo delle capitali culturali europee, o se si limiterà a coordinare un’altra delle tante istituzioni buone solo ad essere instagrammate.

Testo di Elena Bongiorno

Foto Copyright: Hufton Crow – Francisco Nogueira – AL_A

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