La Vita è Bella. L’inno alla diversità di Mari Katayama
Artobjects • Photography
Sognare, viaggiare, danzare, amare, innamorarsi, baciarsi, ballare, crogiolarsi al sole, ridere con gli amici, scrutare le onde del mare infrangersi, aspettare i tramonti, tuffarsi dalle scogliere, cantare a squarciagola, girare il mondo. La vita è una cosa meravigliosa. E per quanto dolore possa esserci a volte, nulla può contro la bellezza eterna dell’esperienza umana.
La vita è un dono, che spesso diamo per scontato, e che come tale va celebrato ogni giorno.
Tuttavia il suo percorso non è sempre facile ma, come affermava Eraclito: “La legge segreta del mondo risiede nella stretta connessione dei contrari che in quanto opposti, lottano fra di loro, ma che al contempo, non potrebbero mai vivere l’uno senza l’altro”. In sostanza nulla esisterebbe se – al contempo – non esistesse anche il suo opposto. Non c’è bianco senza nero, non c’è terra senza mare, e non c’è felicità senza sofferenza. Quest’ultima, per quanto turbolenta e straziante, è parte fondante e integrante dell’esperienza del vivere.

Di fronte a uno di quei dolori che in pochi avrebbero affrontato, Mari Katayama ci dimostra quanto sia importante il dono della vita nonostante tutto, riscattando con coraggio e immaginazione le sorti di una vita – la sua – in apparenza condannata.
Lei è una fotografa giapponese, classe 1987. Quando a nove anni, le viene diagnosticata una rara malattia degenerativa che le deforma gli arti, Mari si trova di fronte a una scelta.
Dovevo scegliere se tenere le gambe e restare a vita su una sedia a rotelle, o perderle, ma poter camminare: ho scelto di camminare e continuare a vivere.
Mari Katayama

Nel desiderio di poterlo fare come tutti gli altri, Mari ricrea una propria fisicità e corporeità senza censure: nel corso del tempo, attraverso protesi, tacchi, scarpette, viti e ingranaggi da imparare a montare, la giovane donna attua un vero e proprio percorso di riscatto e di riappropriazione di sé, in maniera tanto intensa quanto visionaria, che va a suggellare all’età di 22 anni attraverso la fotografia.
Nel 2009 si immortala per la prima volta, indossando un corsetto, lustrini d’oro, pizzo e un paio di scarpe bianche col tacco: intitola l’opera “white legs“, ricordando l’iconografia simbolica di una sposa che si ricongiunge al suo corpo.
Questo tema, assieme a quello dell’identità e dell’accettazione, percorreranno tutti i suoi lavori futuri.



I suoi oggetti, le sue stoffe, i suoi manichini, conchiglie, perline, e tessuti pregiati fanno da contorno a quello che è un vero e proprio museo – il suo corpo – che Mari espone con fierezza e maestria, come un’opera d’arte unica nel suo genere.
L’imperfezione è bellezza: gli scatti di Mari trasudano un fascino desueto, inneggiando ai valori della femminilità, dell’accettazione e della diversità, ma soprattutto alla vita e alla sua imprescindibile straordinarietà, nonostante tutto.
Quando sono rimasta incinta ho iniziato a riflettere sul tema ambientale, ho fotografato la miniera di Ashio, le cui acque contaminate arrivano fino alla mia città natale e il caso dell’acqua contaminata di Flint, in Michigan. Mi sono chiesta cosa potevo fare come artista, ho sentito che in qualsiasi caso il corpo sarebbe stato il punto di partenza. Gli abitanti di quei luoghi li amano, a dispetto degli incidenti e delle condizioni in cui sono. Così come mia figlia ama le mie gambe così come sono. Ho usato il mio corpo messo a nudo con le sue limitazioni per riflettere sul fatto che non possiamo fare a meno di amare la vita, con tutti i suoi limiti.
Mari Katayama













Foto Copyright: Mari Katayama – shell-kashime.com – @katayamari
8 marzo 2021





