Zehra Doğan. Opere dalle carceri turche

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Il Museo di Santa Giulia di Brescia ospita, fino a domenica 8 marzo 2020, la prima mostra personale in Italia di Zehra Doğan, un corpus di sessanta opere, realizzate dall’attivista curda durante quasi tre anni di carcerazione, di recente esposte alla Tate Modern di Londra.

Zehra Doğan è un’artista e giornalista nata nel 1989 a Diyarbakır, sulle sponde del fiume Tigri, nel sud – est della Turchia. Fondatrice di JINHA, agenzia di stampa curda femminista, nel 2017 è condannata, con l’accusa di propaganda terroristica, a 2 anni, 9 mesi e 22 giorni di carcere, per avere postato su Twitter un acquerello ispirato a una fotografia, scattata dalle forze armate turche, della città di Nusaybin, distrutta a seguito di un bombardamento nel giugno del 2016.

Il disegno mostra un paesaggio di macerie su cui sono issate, trionfanti, le bandiere turche, e i carri armati dell’esercito nazionale trasformati in scorpioni.

In prigione l’artista non abbandona la voglia di esplorare e di comunicare, e continua a produrre arte con ogni mezzo possibile – la cenere, i fondi di caffè, i capelli e perfino il sangue mestruale – è costretta a dipingere sotto il letto e a nascondere i suoi lavori, continuamente, perché non le siano sequestrati.

Le opere di Zehra costituiscono un reportage immaginifico e una narrazione di grande potere evocativo del periodo trascorso nelle carceri di Mardin, Diyarbakir e Tarso, un viscerale grido di accusa contro il clima di paura che circonda giornalisti e artisti in Turchia, sotto la morsa repressiva del regime di Erdogan, contro l’inumanità e le condizioni orrorifiche in cui versano le detenute nelle prigioni turche, testimonianza permanente delle storie di dolore e di coraggio delle donne che ha incontrato, e che con lei hanno condiviso questa disavventura.

Quella della Dogan è un’arte di denuncia e di resistenza, la si potrebbe definire un’arte giornalistica e, al contempo, possiede una dimensione fortemente intimista, autobiografica, e delicatamente femminile. Il corpo della donna è al centro della sua ricerca estetica, volti e membra che s’intrecciano, a volte ben raffigurati, altre solo abbozzati da chiazze di colore.

Nei suoi disegni l’artista “dissidente” racconta con commovente lucidità e un’inesauribile empatia per il prossimo, il trauma della reclusione, ma anche il disperato bisogno di reagire. E, allora, l’arte acquisisce un potere liberatorio che le consente di evadere e le rende più lieve la prigionia, è strumento per dare sfogo a una fervida immaginazione e a una sensibilità fuori dal comune, per trasformare la grigia sofferenza di una cella in un messaggio di speranza: “Avremo anche giorni migliori”.

Foto Copyright: Zehra Doğan – zehradogan.net

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Tag: Zehra Doğan, War.
Articolo di Alessia Cortese

Alessia Cortese

Fotografa freelance. Aspirante giramondo. Perdutamente innamorata di Max Ernst, Jane Austen e Georgia O'Keeffe. La musica è il mio pane quotidiano.

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