360° Apple

Trecento-settanta-tre metri.

Questa la distanza a piedi tra Piazza del Duomo e il primo flagship store di Apple a Milano in Piazza del Liberty.

Una piazza, nonostante la sua forte centralità, mai valorizzata sin dal 1953 e, indubbiamente meno, dopo il fallimentare rifacimento nel 2013 poiché completamente assente di qualità statiche che potessero interrompere la visione distratta di cittadini e turisti.

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Un contesto di partenza difficile quindi non per la sua conformazione spaziale, regolare e fedele all’analisi delle piazze all’italiana del Sitte, ma per una natura ambigua nella sua fruizione che non ha mai dato alcun segnale di una potenziale rinascita sino al 2015, attraverso la visione dell’azienda di Cupertino.

Insieme all’oramai consolidato rapporto con lo Studio Foster + Partners, Apple materializza nuovamente un progetto imprenditoriale a tutto tondo che non si esaurisce semplicemente in opere architettoniche straordinarie, ma persino nell’inconsueta cura del cantiere, confezionato e nascosto quasi per creare l’attesa di un nuovo rivoluzionario device.

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Proposta progettuale che ha sollevato non poche polemiche poiché sostituta di uno tra i luoghi più storici del capoluogo lombardo, il cinema Apollo. Un sentimento comprensibile che dovrebbe però curarsi di segnali ancora più forti quali una Milano che si proietta nel futuro, al contrario del processo involutivo dell’industria cinematografica e della sua fruizione.

Una rivoluzione tecnologica che, analoga alla creazione dei Fratelli Lumière, porta con sé opportunità nuove, soprattutto per la città, nascondendosi per dare.

Approcciando l’intervento da Corso Vittorio Emanuele, il parallelepipedo di vetro si staglia e raduna attraverso una quinta che apre e chiude la piazza nella stanza dell’urbano: un’autonomia risolutiva che sembra citare i segni marmorei di Mies van der Rohe e le sue compressioni spaziali.

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Un volume trasparente che assume un’identità viva per mezzo del cadere dell’acqua sulle sue superfici, una Fontana di Trevi del terzo millennio ammirabile dal granitico anfiteatro, cromaticamente piatto, definito tridimensionalmente nei suoi piani solo attraverso il rapporto con la luce.

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Luce che penetra nello spazio ipogeo dedicato allo Store. Monolitico, minimale, tutto è collocato rigorosamente con una cura del dettaglio che predomina ogni scelta architettonica e d’allestimento. Pavimentazioni e superfici murarie sono rivestite entrambe della locale Beola Grigia, tagliata rispettivamente in orizzontale e verticale per ottenere texture differenti e accordate ai due diversi piani, ma matericamente uniformi.

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Molte sono invece le attenzioni silenziosamente esibite all’interno: prima fra tutte le opere commissionate da Apple a ventuno artisti locali interrogandogli su ciò che la tecnologia più persegue: il domani.

Un domani che dal punto di vista energetico si cela sotto i tavoli di legno attraverso delle griglie che, trattenendo l’umidità del vespaio accessorio, sfruttano il frascume della collocazione ipogea.

Lo spazio commerciale, compresso aderendo alla deformazione soprastante della piazza, si presenta premuto e concentrato in prossimità dei prodotti esposti e ampio e rilassato nell’area eventi conclusiva.

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Ma ciò che più sorprende, e comprova una padronanza totale del progetto, è la simmetria: le fughe della pavimentazione, la collocazione e i tagli dei tavoli, il ritmo degli infissi, i pannelli di rivestimento e i punti luce segnano la perfetta gravità dello spazio.

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Simmetria che non si dimostra un solo vezzo del segno, ma un’attenta sensibilità anche al contesto esterno che armonizza il progetto persino con il ritmo simmetrico dei pilastri portanti della facciata di Torre Tirrenia.

Non è una coincidenza, come non lo sono i 56 ugelli della fontana il cui numero, non per casualità, trova tra i suoi significati la caduta.

L’Apple Store Liberty mostra quindi come l’architettura possa diventare ben più importante dei prodotti stessi nella costruzione dell’identità di un’azienda triliardaria, che si afferma nello spazio con l’eleganza del mecenatismo fiorentino e la sensibilità di scelte locali.

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Un intervento che da prova di carezze cosmopolite per una Milano dall’energia senza precedenti.

Ed io, da milanese, e con una visione più romantica rispetto la moda del lamento, sono orgoglioso di vederla arrossire ad ogni scatto e farsi ancora più autorevole.

Foto Copyright: fosterandpartners

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