Unless Ever people. Perché demolire, se si può rigenerare?

A pochi chilometri da Ghent, esiste Melle, un piccolo paesino tipico delle Fiandre circondato da tratti di bosco, canali, qualche campo e delle industrie. Appena fuori da Melle, nascosto tra i boschi, sorge l’ex-centro psichiatrico Caritas, ovvero un complesso residenziale per pazienti di tutte le età, composto da diversi edifici con funzioni differenti e specifiche per ogni terapia.

Costruito nel 1908, mostrava ormai condizioni fatiscenti, ragion per cui l’ex direttore aveva dato ordine di demolirne alcune strutture, inficiando però l’assetto generale del parco e di conseguenza la sua identità.

È stato grazie al nuovo direttore che il programma di demolizione è stato bloccato per permettere di ripensare lo spazio con un occhio nuovo, reinventando nuove funzioni e nuovi spazi.

Il nuovo progetto è stato affidato allo studio Vylder Vinck Taillieu che è risultato vincitore del Leone d’Argento all’appena conclusa Biennale Architettura di Venezia a tema Freespace.

L’intervento si è sviluppato attorno alla domanda “Perché demolire e ricostruire, se si può rigenerare?”, la quale ha portato a un edificio aperto. Aperto, sia perché lascia la libertà a chi verrà in futuro di modificarlo a seconda delle esigenze, sia per la sensazione di trovarsi all’esterno anche negli spazi interni.

L’obiettivo primario era quello di rendere pubblico uno spazio nato come privato, intervenendo tuttavia il meno possibile sulla struttura originaria.

A prima vista gli edifici sembrano essere delle semplici rovine spogliate fino allo scheletro, ma solo a un’analisi più ravvicinata si possono notare gli interventi di rigenerazione compiuti: l’interno presenta un pavimento di ghiaia che enfatizza la sensazione di vuoto, mentre alcune porzioni di pavimento dei piani superiori sono stati rimosse per creare un vero e proprio tunnel verticale che dal piano terra si innalza fino al soffitto, costituito a sua volta solo dalle travi della struttura.

La sensazione di contatto con l’esterno è enfatizzata ancora più da alcuni alberi piantati nel centro dell’edificio e da dei surrealissimi lampioni. Tuttavia, gli elementi più significativi sono una serie di serre in vetro distribuite sia nel cortile, sia sulle scale e sul terrazzo. La loro funzione è di offrire uno spazio di incontro in cui sentirsi sicuri e protetti, ma allo stesso tempo in contatto con l’ambiente circostante grazie alle pareti trasparenti.

Alla domanda Quale funzione possiede ora? Gli architetti risponderebbero:

“Abbiamo proposto Caritas come un “progetto aperto”, nel senso che non ci siamo limitati a elaborarlo una volta sola. Sappiamo bene quanto il tempo modifichi le cose e le idee, quindi siamo disposti a cambiare il progetto a seconda delle esigenze e dei bisogni che emergeranno nel tempo. Può essere che in dieci anni quell’edificio chiederà di essere ritrasformato in una struttura psichiatrica. Non possiamo saperlo ora”

Un progetto che sovverte le regole dell’architettura, che lascia ampio spazio alle necessità umane e permette l’invenzione e la fantasia. Concept che si sposa perfettamente con il tema della scorsa biennale, Freespace, il quale propone una riflessione sul modo di vivere liberamente lo spazio, senza implicazioni politiche o di businness. L’architettura ruota attorno all’uomo, che si pone come protagonista e demiurgo di questo mobile e elastico contenitore.

Foto Copyright: Filip Dujardin

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