Steven Holl: l’architetto di mondi senza peso e di piani senza spessore

CHINPAOSAN NECROPOLIS

Non si può rimanere impassibili davanti a uno degli ultimi progetti di Steven Holl, non solo per il suggestivo scenario che mostra, ma soprattutto per l’eccezionale contesto in cui sorge: la necropoli di ChinPaoSan, la più grande di Taiwan con le sue 10.000 sepolture.

Attraverso un arrival hall e un padiglione ex-novo, il programma progettuale risponde a due semplici sebbene importanti necessità: avere uno spazio che funga da perno per l’intera area e uno spazio distaccato per la collocazione di 150.000 urne.

Il primo edificio trova quindi al suo interno numerose e diverse funzioni per servire la vasta area, tra cui un hotel, un ristorante, un auditorium, una cappella e due musei.

CHINPAOSAN NECROPOLIS

Il secondo spazio, l’Oceanic Pavilion, è senza dubbio la parte più interessante del progetto, non per l’affascinante affaccio sull’oceano, ma per il suo essere sintesi assoluta dell’iter progettuale.

Dopo aver sperimentato molti e diversi schemi spaziali, un approccio oramai costante nel modus operandi dell’architetto americano, il progetto è nato inaspettatamente da un semplice acquarello raffigurante tre cerchi blu sovrapposti.

Ne è conseguita una profonda riflessione sul complesso significato della forma circolare, una forma presente negli anelli borromei e nei mosaici romani, ma anche nelle antiche rappresentazioni della sacra trinità cristiana e nelle ancora più primitive pietre runiche vichinghe.

CHINPAOSAN NECROPOLIS

Ma non è da queste innumerevoli tracce storiche che il progetto acquista risolutezza bensì dalla capacità di convertire tre semplici pennellate bidimensionali in spazi tridimensionali, da cui nasce una straordinaria energia spaziale.

Ed ecco giunto il momento in cui le parole si asservirebbero a riportare innumerevoli informazioni, da quelle compositive a quelle tecniche, scendendo persino nel dettaglio del numero delle camere dell’hotel o del numero delle sedute dell’auditorium.

Eppure l’architettura è solamente questo? Un intervallo spaziale risultato dall’affrontare determinate scelte, determinati problemi, giungendo poi a determinate soluzioni che si riducono a una fisicità quantificabile?

No.

Un progetto è nella sua più profonda intimità una testimonianza tangibile dell’anima dell’uomo che lo pensa, lo sagoma e lo realizza.

Se provassimo a oltrepassare la soglia del materiale grafico che accompagna un’architettura, ci ritroveremmo testimoni e lettori della vita dell’uomo che la plasma e che non si riflette necessariamente in una coerenza architettonica.

Giusto il caso di Steven Holl, dove le scelte, che hanno guidato la sua mano a disegnare tre semplici cerchi blu, costituiscono in realtà capitoli ben definiti della sua vita che in seguito prendono corpo in forme mature, equilibrate.

CHINPAOSAN NECROPOLIS

Primo fra tutti è il rapporto con l’acqua, una superficie prossima alla smaterializzazione, ma con uno scopo ben definito.

La dinamicità delle superfici riflettenti, infatti, ha sempre affascinato Holl, non per citarne la valenza storica, ma per servirsene come elemento di equilibrio, capace all’interno di un progetto di sostenerlo, affiancarlo e persino prolungarlo. Il contesto, in questo caso lo sconfinato paesaggio del cielo, penetra lo spazio materiale creando una nuova realtà sensibile, dove il sopra e il sotto si fondono.

TAIWAN CHINPAOSAN NECROPOLIS

25 anni fa, nel progetto del Palazzo del Cinema a Venezia, l’architetto americano aveva già mostrato come l’acqua, persino quella lagunare, fosse un vero e proprio materiale da educare per creare spazi emozionanti, scenici, in grado di disorientare la percezione.

La stessa percezione però affascinata dall’astrazione geometrica, impronta di un altro carattere nodale: l’intersezione. Un carattere si leggibile nei tre cerchi blu che Holl aveva disegnato, ma che nel diagramma e nella sezione si rende concreto tridimensionalmente e con una maggiore complessità, una vera e propria maturazione delle “sei bottiglie di luce” della cappella di Sant’Ignazio a Seattle.

STEVEN HOLL

E non solo giunge a un risultato più articolato, ma lo evolve con giochi di aperture e chiusure che creano uno spazio quasi indomabile per l’osservatore, uno spazio che abbatte la nozione del limite.

Da questa inafferrabilità è straordinario osservare come Holl abbia conservato la sua capacità nell’ideare lo spazio come se fosse una sequenza scenica, un processo di costruzione spaziale unico di cui si era servito per la prima volta nel progetto di Porta Vittoria, a Milano, nel 1986.

Le viste diventano così spazialità pensate, definite, calibrate, dalle quali solo in un secondo momento trarne piante e alzati: un approccio rivoluzionario che coincide e germoglia parallelamente con l’interesse di Holl per la spugna di Menger, un frattale tridimensionale che piega e rende consistente per la prima volta nei dormitori del Massachusetts Institute of Technology.

STEVEN HOLL

Qui la porosità s’insinua come un inedito e personale approccio nel trattare la forma, un’evoluzione nell’espressività scultorea che già sembrava avesse consolidato. E alla porosità non riserva un ruolo marginale, al contrario, le consegna l’irrinunciabile valore del legante sociale per mezzo del vuoto che ammortizza grandi spazialità e rompe le distanze tra le persone. 

Diventa così chiaro come il progetto di Holl, all’interno della necropoli, sia una fine momentanea del filamento che lega tutti questi episodi, che possono sembrare esclusivamente legati all’Holl-architetto, ma che in realtà, se indagati, rivelano con sincerità l’Holl-uomo, appassionato di filosofia, di scienza, di matematica e di arte.

Lo Steven Holl capace di disegnare fenomeni prima che forme nei suoi acquarelli.

L’Oceanic Pavilion sintetizza quindi in modo straordinario la sensibilità e l’energia di un uomo che è riuscito a dare una rara dignità allo strumento-architettura, elevandolo a opera autonoma, innervata dall’anima del suo stesso bisogno.

…la tua architettura non svanisce nelle distanze al di là del cielo e allo stesso tempo non atterra, ma fluttua da qualche parte nei limiti dell’atmosfera. – Toyo Ito, An Architecture Adrift in Time: A Message to Steven Holl

Foto Copyright: stevenholl

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