Racconti di vita di un architetto in Serbia

un architetto in serbia

Non è facile costruirsi un futuro.
C’è chi ci prova scendendo a patti con la vita, c’è chi ha il Papi e chi invece va in Serbia. Io appartengo all’ultima categoria. Sulla molteplicità di ragioni che mi hanno portato una settimana a vivere nella piattezza verde di quell’enorme indistinta pianura che va dall’adriatico fino ad esattamente oltre, ne basterà una: studio architettura.

Rispondo appieno allo stereotipo dell’architetto di merda.

Spocchioso, con gli occhiali e il naso all’insù a mostrarti quanto è figa la mia barba e quanto io sono più bravo di te. In realtà non è vero, io odio gli architetti come sopra e mi ritengo semplicemente dotato di sarcasmo, cosa che mi ha portato a scrivere ora, anziché dedicarmi ulteriormente alla stesura di un futuro migliore senza mamma e paghette settimanali.

Mi ritengo dotato anche di spirito d’avventura e probabilmente lo pensavano anche i miei compagni quando gli ho proposto una settimana in quel di Mokrin. O probabilmente avevano capito di un tour di force a zoccole e puttane anziché di un workshop intensivo.

La “rivitalizzazione di villaggi di contadini”.

Ora, siamo sinceri, non gliene frega un cazzo a nessuno di un tema simile, ma l’architetto è specializzato nel mostrare entusiasmo verso le cose sfigate, perché lui è diverso, non pensa quello che pensi tu, o se lo pensa, allora, da vero bastian contrario, non pensa. Quindi, frutto di un incomprensione generale, ci siamo ritrovati, una volta atterrati, sul pulman in direzione nulla.

Per chi vive ad Abbiategrasso (metro) ecco un posto ideale per riqualificare la sua idea di casa: qua fa così schifo che ovunque è meglio.
Ci sono campi, strade con cartelloni di pubblicità di trattori, trattori, mucche e capre. Scorgi una casa con lo stesso entusiasmo che provi quando Di Pietro riesce in due congiuntivi di fila: pura gioia.

E poi entri nei villaggi.

Trattasi di case disposte a filari paralleli alla strada, scandite secondo un ritmo ben definito e, ovviamente, ripetitivo: casa-spazio chiuso cintato-casa. Non c’è un centro di ritrovo, c’è solo una diffusa piattezza, quasi come il palco di un teatro, senza alcun tipo di profondità con genti che sull’uscio della casa aspettano che qualcosa succeda.

Tipo la pioggia.

E poi di colpo ti ritrovi di nuovo nei campi: ad avvertirti dell’uscita dall’area urbana un cartello stradale con quattro case e una sbarra sopra. Umorismo serbo. La ciclicità degli avvenimenti potrebbe anche favorire il sonno da viaggio, quello che colpisce chiunque abbia oltrepassato l’età pre-puberale, quando si stava in fondo al pullman a tirare i primi limoni e a discutere di mirabolanti imprese masturbatorie, ma in un pulmann di studenti di architettura l’argomentazione comune riguarda la crisi, la paura di una disoccupazione, il social housing, autocad e quel fighissimo programma di fotoritocco quindi l’architetto vero non dorme, si informa sempre.

Poi inutile ammettere che lo stato di forma delle strade serbe può avere aiutato a non cader vittima di un banale sonnellino: perché la buca è forma d’ispirazione, come ogni altra improbabile cosa. Improbabile per te, non per me che sono architetto.

Nell’estatiche discussioni è successo che d’improvviso siamo arrivati in quel di Mokrin, nel nostro compound: dita calde pronte a sgrillettare mouse e computer già disposti sul campo di battaglia. Ma di questo poi, ho dell’esperienza da acquisire e una famiglia che mi sfama.

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