Questa è la vera libertà? Ai Weiwei e Firenze. L’artista cinese più discusso del nostro tempo

Fresco del decimo posto occupato nella Power List 2016 stilata da Art Review, Ai Weiwei e la sua arte occupano le sale di Palazzo Strozzi per quattro mesi confermando la grande influenza dell’artista anche in Europa.

L’installazione ‘site specific’ dei gommoni di salvataggio appesi davanti alle finestre del palazzo risulta anacronistica e assolutamente non allineata con il messaggio che l’artista vuole fare passare.

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L’opera, posizionata sul perimetro esterno del museo, è l’emblema di ciò che poi sarà il vero e proprio percorso della mostra. I lavori, riescono a stento a dialogare tra loro risultando un’astuta giustapposizione di puri esercizi estetici.

I gommoni lucidi e vergini creano un pattern formale ben lontano dalle tragiche traversate compiute dai migranti; una sterile ricerca formale di un designer agli antipodi con la sensibilità propria di un artista che decide di ritrarre una dimensione così drammatica.

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Non lo si definisce artista, bensì un progettista consapevole. Ai Weiwei cerca di allinearsi attraverso la dissidenza, l’oculata scelta di tematiche sociali e culturali ai successi dei più grandi artisti contemporanei, costruendo un personaggio che solo in apparenza è ‘contro’.

Basta forse camminare in una stanza con centinaia di biciclette per recuperare i caratteri fondanti della tradizione popolare cinese? Esaltare le antichissime tecniche dell’artigianato locale e impiegarle nella realizzazione di sculture, molto spesso fine a se stesse, riuscirebbe ad evocare una Cina che ormai mostra un altro volto?

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I mattoncini di una multinazionale come Lego diventano i pixel che compongono i volti dei più grandi dissidenti della storia di Firenze degenerando in uno scontato tributo pop che lascia agli occhi unicamente l’innaturalità cromatica della plastica.

Siamo davanti all’oggettificazione dell’opera d’arte, una trasfomazione gratuita che per Ai passa dalla politica e dalla censura oltreché dalle catastrofi naturali.

Queste tematiche di profondo disagio umano rappresentate in maniera così criptica, accentrano l’attenzione sulla sua persona sviando dal significato primario per le quali sono state utilizzate. La tragedia smuove le coscienze, la diffusione paga con la celebrità, ma la poesia sta altrove.

Libero. Liberissimo di non graffiare mai, di ammiccare all’occidente attraverso un’arte progettata ad hoc per essere riconosciuta come tale dal sistema.

Non basta un dito medio per arrogarsi il diritto di non dover chiedere mai scusa.

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Foto Copyright: Davide MerloDaniela Olivieri

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