Perfezioni provvisorie: Senza memoria, di Mirtha

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Mia nonna Olga, 94 anni suonati, ora scossa da divertenti attimi di demenza senile, è cresciuta al villaggio Falk.

Un villaggetto di periferia in cui potevano vivere solo le famiglie degli uomini che passavano le giornate intere dentro gli alti forni di una acciaieria che ha dato da mangiare al nord per decenni.
Mio nonno lavorava là, dentro. E prima di lui il mio bisnonno.
Mia nonna lavorava alla Magneti Marelli.
E prima di lei la mia bisnonna
Addette alla pressa.

Mia nonna pesava 45 chili ed è stata la prima sindacalista della famiglia.
Ha alzato la testa un giorno e ha detto io la pressa da sola non la posso usare.
Il nonno Mario invece è stato il vero operaio della famiglia.
E una mattina, metre mio padre aspettava affacciato alla finestra che tornasse dal turno di notte, non ha svoltato l’angolo.

Nel forno ci ha lasciato il respiro.

L’altro nonno, lavorava alla Snam.
Manutentore fiero, rispettoso, con più valori che singhiozzi. Memore di un fratello morto tra i partigiani.
Ancora mi canta le canzoni
Quelle in dialetto.
Quelle che canticchiavano per far passare la giornata con la schiena china e le mani lerce.
Poi ho anche un’ultima nonna lassù, la nonna Meca, si è piegata per 20 anni su un tavolo da lavoro per foderare le pellicce che ora indossiamo come fregio e senza memoria.
Senza memoria.
Siamo un ingrato popolo senza memoria.
Veniamo da generazioni che si sono fatte ammazzare per lasciarci un mondo migliore e ci concentriamo solo sulla rabbia che proviamo per l’ultimo sgambetto del compagno di banco.
Scusaci Mario, scusaci davvero, se ci siamo dimenticati delle vostre mani lerce e del vostro cuore grande.

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