Paesaggi Sonori, un progetto per vivere il territorio attraverso la musica

Era l’autunno del 2016, avevo da poco sostenuto un workshop di Composizione Architettonica che aveva messo un punto agli esami progettuali da timbrare sul libretto e mi illudevo anche a quelli della mia vita. Inevitabilmente si iniziava a pensare alla tesi.

In quale materia specializzarsi? Con quale professore interfacciarsi per un anno o forse più? Cercando di valutare attentamente tutte le opzioni e di evitare scelte dettate dall’ansia di vita, andai a parlare con un professore; ne uscì una chiacchierata spensierata e stimolante, destinata ad alimentare riflessioni future. Anzi, fu piuttosto un monologo, in cui il docente fece delle interessanti osservazioni sul ricorso ad eventi culturali, quali festival o rassegne, come strategie di valorizzazione di un territorio e su quanto la loro periodicità condizioni il contesto locale.

Chi mi conosce sa che amo i festival: soprattutto come fruizione musicale, questa forma mi ha indotto ad ascoltare più musica live. Ma ecco che quel professore apriva un critica che ora sento di appoggiare, non agli eventi in sé, ma alla loro presa spesso poco rilevante sul territorio.

Infatti un festival è per definizione circoscritto nello spazio e nel tempo e per questo può portare respiro economico e culturale al luogo che lo ospita in maniera più o meno contenuta. Come esempio virtuoso di evento culturale impattante, ci portò quello del Festival di Bregenz, dove per un mese intero si susseguono in diversi palchi rappresentazioni d’opera, musica classica e teatro.

Forse qualcuno ricorderà la scena del film “Quantum of Solance”, il 22° capitolo della saga sull’agente doppio zero, svolgersi durante la rappresentazione della Tosca di Puccini, proprio nel famoso Seebühne, il suggestivo palco galleggiante sul Lago di Costanza.

Paesaggi Sonori è definito dagli stessi organizzatori come “un festival di musica e paesaggio che fa tappa in diverse location d’eccezione, dove la musica viene proposta in piena sintonia con l’ambiente circostante”.

Si svolge in Abruzzo, regione spesso assente nei radar turistici, che vanta tuttavia panorami suggestivi, centri storici pittoreschi e nella quale convivono in una relazione intima, la realtà montana e quella mediterranea. È un territorio attraversato dagli Appennini, che in questa regione raggiungono le vette della Majella e del Gran Sasso, e bagnato dall’Adriatico, che in certi tratti ospita scenari di intensa bellezza – vedasi la Costa dei Trabocchi.

In questi luoghi non è utopia sciare vista mare o farsi un bagno con alle spalle il massiccio calcareo della Majella e il ruvido e brullo Gran Sasso.

È proprio in un rifugio ai piedi del Gran Sasso che nel 2015 è nata Paesaggi Sonori, da un’idea condivisa di Massimo Stringini e Flavia Massimo, i quali hanno osato immaginare lì, proprio lì, un concerto dei Sigur Rós al tramonto; le atmosfere dilatate del post-rock sembrano nate per riempire gli spazi ampi e radi del “Gigante che dorme” (il Gran Sasso per un’illusione pareidolitica è riconducibile ad un’enorme figura distesa, identificata in un gigante dormiente o nella bella addormentata).

D’altronde è lo stesso monte, circoscritto in maniera evocativa e metaforica da uno strumento ad arco, a dare forma al logo di Paesaggi Sonori e a trasporre il senso di riempimento che la musica fornisce allo spazio.

Dal 2015 ad oggi i due giovani propongono un fitto programma di eventi fatto di accostamenti di musica, cultura, architettura e natura, nei quali tutti gli elementi partecipano all’esaltazione di un’esperienza organica.

Ogni live è calibrato senza pregiudizio, svincolando l’arte da schemi convenzionali ai quali spesso siamo abituati imbrigliarla, passando da un concerto di Tom Adams all’alba sulla costa dei trabocchi ad un live sunset di Sóley sulla rocca di Ladyhawke o ancora ad un’esibizione di cello e live electronics negli scavi archeologici di piazza Sant’Anna a Teramo, durante la quale Flavia Massimo, questa volta nelle vesti di musicista, indossava una gonna dal diametro di dodici metri a copertura di pedaliera e effettistica varia.

Ma gli eventi spesso non si intrecciano staticamente con i luoghi che li ospitano; talvolta Massimo e Flavia ne approfittano per organizzare un trekking montano o urbano, facendo del percorso parte integrante dell’esperienza, arricchendolo con installazioni artistiche o con il contributo di guide artistiche o archeologiche.

Quella attuata è una forma diffusa di fruizione della cultura, sia in piccola scala – cos’altro è il trekking se non una dilatazione spaziale dell’esperienza? – sia in scala regionale, andando a toccare l’Abruzzo in maniera sparsa (prendo in prestito questo termine da Marco Vezzaro, che nella sua newsletter “Non contare” ha così definito i territori dell’Italia centrale).

Proprio nel termine sparso sta la chiave di volta del discorso che mi spinge ad affermare che Paesaggi Sonori trascende la definizione di festival, proprio perché elude quei limiti spaziali e temporali che caratterizzano qualsiasi altro festival.

Il meglio di questa regione non è nel fermento di città in espansione, in evidenze architettoniche di fama mondiale o in borghi imbalsamati dal turismo di massa, ma in uno stile di vita sparso che nel suo conservare la spontaneità è comunque alla ricerca di un riscatto che sente di meritare. Paesaggi Sonori è un passo in questa direzione, un’azione di emancipazione di una realtà locale rimasta troppo spesso ai margini del dibattito turistico-culturale.

Qui c’è uno storico di tutti gli eventi organizzati da Paesaggi Sonori in questi quattro anni distribuiti in una mappa: drive.google.com

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