Caccia Dominioni, un elogio alla sua versatile genialità

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A soli dieci giorni dalla morte di Luigi Caccia Dominioni il suo ricordo torna a farsi sentire prepotentemente. Egli è uno di quegli architetti, che se non è capitato di incontrarlo in qualche pezzo di design o in qualche frammento di storia della città di Milano, non si conosce.

Fa parte di quella cerchia di architetti che nonostante la poco notorietà hanno cambiato il modo di fare, di vedere e di pensare.

Lo collochiamo negli anni a ridosso fra la seconda guerra mondiale e gli anni immediatamente successivi.

Le sue guide nel periodo della formazione sono i docenti Moretti e Portaluppi che si circondano di studenti del calibro dello stesso Caccia Dominioni, di Rogers e Bernasconi.

..si imparava a far progetti, si capiva se avevamo una vocazione, se la nostra era una missione.

E’ questo quello che dichiara l’architetto di quegli anni e di quegli insegnamenti e dello scopo che si premura di portarsi dietro per tutta la vita.La sua missione oscillerà sempre fra il design e l’architettura, fra la partecipazione a numerose esposizioni in Triennale e la progettazione di edifici residenziali nella città di Milano. Nonostante questa sua duplice natura l’interesse sarà sempre volto allo stesso elemento, la linea.

La linea è un modulo, è un materiale da costruzione, è una poesia. La linea fluida, dinamica, mai rigida che disegna le sue poltrone e le sue maniglie e che plasma gli interni dei suoi edifici. Egli è rigoroso, è attento nell’utilizzo dello spazio e alla sua concreta funzione.

I suoi edifici nascondono all’interno una scultura plastica che è rappresentata dallo spazio di passaggio dei corridoi e degli elementi di risalita. La linea a volte spezzata, a volta curva, plasma lo spazio e lo concepisce come fulcro dell’interno degli edifici.

Qualcosa ricorda Antonì Gaudì, forse la modellazione degli spazi e dei suoi componenti d’arredo, forse la voglia di andare oltre, forse il fatto di non essere convenzionale.

La facciata di Caccia Dominioni è una facciata austera, geometrica, mutevole, quasi effimera che nasconde dietro di sé un cuore dinamico, pulsante, vivo.

Credo che alla fine a quasi 103 anni la sua missione fosse stata portata a termine e che gli anni della formazione lo abbiano indirizzato verso la strada della progettazione concreta, utile, abitabile.

Ho sempre e solo pensato a fare un’architettura da vivere.

Egli non tollerava le archistar, secondo lui coloro che “pensano all’architettura solo come a un monumento per loro stessi”.Rimarrà per sempre legato alla sua città, Milano, ed essa non potrà fare altro che ringraziarlo per la sua passione e voglia di reinventarsi.

Milano ha sempre mantenuto una dimensione umana e i suoi abitanti sono speciali perché hanno questa incredibile voglia di fare.

-Caccia Dominioni

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Tag: Milano.
Articolo di Francesca Longoni

Francesca Longoni

Giovane architetto d'interni. Attenta al mondo che mi circonda, in cerca di bellezza

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