Arte provocativa e surrealismo contemporaneo. Intervista a Alessandro Malossi

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Creatività, avanguardismo e provocazione: sono questi i principali connotati dell’Arte di Alessandro Malossi.

Classe 1993, bolognese, l’artista col “colore nelle vene”, come ama definirsi lui, da sempre dimostra grande originalità nel mostrare il mondo secondo la sua personale visione artistica: un connubio di ingegno e surrealismo visivo, mirato a suscitare nello spettatore pensieri critici nei confronti dell’attualità.

Ne ha parlato con noi più approfonditamente.


Giuditta Duranti. Come definiresti la tua Arte? Spiegaci quali sono le tue esigenze in qualità di artista e di conseguenza cosa desideri trasmettere attraverso la tua visione.

Alessandro Malossi. Se dovessi definire la mia Arte userei senza dubbio il termine “provocatorio”. Nel momento in cui creo, mi lascio ispirare dall’attualità, da quello che mi circonda e spesso da luoghi comuni. Li interpreto a modo mio e li presento nella maniera più diretta e semplice possibile, affinché possano essere a loro volta reinterpretati da tutti secondo diverse prospettive e sensibilità che variano a seconda della persona. Ed è proprio questo lo scopo di ciò che faccio: da banalissimi oggetti del quotidiano, di tutti i giorni, lo spettatore deve meravigliarsi e incuriosirsi di fronte a una semplicità incredibilmente sorprendente e inaspettata. Il mio obiettivo è stupire, stimolare la mente e l’intelletto delle persone al fine di far maturare in loro pensieri critici e magari a volte anche un certo grado di immedesimazione.  

GD. Come si può leggere sulla tua biografia, hai cominciato a sentire “il colore nelle vene” sin dall’adolescenza. L’arte ha dunque sempre fatto parte di te. Ma dal 2016 in poi, assieme ai tuoi lavori, crescono anche le collaborazioni con noti brand e marchi. Cosa è cambiato e quali episodi/vicende/collaborazioni pensi abbiano segnato un punto di svolta?

AM. Assolutamente: l’arte ha sempre fatto parte di me sin da quando ero piccolo. Ricordo ancora quando mia mamma usciva di casa e io prontamente – pur sapendo che una volta tornata a casa mi avrebbe sgridato –mi mettevo a disegnare sulle pareti e sui muri.

Ho sempre e continuamente disegnato. Poi le cose sono cambiate dal 2016, in primo luogo a livello di tecnica e strumentazione: fino al 2016 ho sempre e solo disegnato su carta. Poi, anche a livello di divulgazione: da facebook -dove facevo iperrealismo – ho deciso di trasferirmi su una piattaforma in cui avrei potuto ottenere maggiore visibilità. Quindi mi concentrai su Instagram.

Volevo trovare un modo per far sì che i miei lavori fossero sotto gli occhi di un pubblico più ampio e magari più interessato, quindi mi son dato da fare. Fu la svolta quando – proprio nel 2016 -dipinsi un fenicottero rosa sul retro di una giacca di jeans di Levi’s.

La realizzai, la fotografai e taggai il brand sotto il post. Levi’s se ne accorse e ripostò il mio lavoro, che all’epoca fu notato e ricondiviso anche dallo stylist di Katy Perry. La mia visibilità subì una crescita importante, e di conseguenza altri brand cominciarono a notarmi e a contattarmi. Non per altro, quello stesso anno sempre con Levi’s realizzai una capsule collection per il 25esimo anniversario della Galleria di Franca Sozzani in 10 Corso Como. Fu l’inizio del mio percorso.

GD. Com’è nata la recentissima collaborazione con Aron Piper?

AM. La collaborazione con Aron Piper è recente, ma l’inizio della storia risale a 2 anni fa, quando feci la mia prima esposizione personale a Madrid col progetto Noah. Avendola organizzata con la mia galleria, ci siamo messi in contatto con una capo PR spagnola affinché ci aiutasse a promuovere il mio lavoro anche in ambiente spagnolo.

Non sapevamo a quel tempo che lei avesse a che fare anche con personaggi celebri tra cui il cast di Élite o Casa de Papel. Quindi questo il preambolo; ora facciamo un salto temporale dal 2018 al 2020, e arriviamo precisamente a marzo di quest’anno, quando la stessa capo PR della mia mostra a Madrid ricondivise dei miei quadri su Instagram. Destino ha voluto che Aron li vedesse e le chiedesse il mio numero.

Rimasto piacevolmente affascinato dai miei lavori, mi disse che aveva bisogno di un artista per la realizzazione della copertina del suo nuovo singolo. Quindi ci siamo accordati e per un mese abbiamo lavorato insieme. È stata senza dubbio una bellissima esperienza, soprattutto per la professionalità e disponibilità di Aron.

GD. Sia nel progetto MUS3UM che in NOAH, si evince una chiara influenza del mondo della moda, in particolare dell’urban culture e dello streetwear. Qual è il tuo rapporto con esso?

AM. La moda è sicuramente una parte fondamentale nella mia vita, la definirei importante per due motivi. Il primo perchè è appunto grazie alla moda che sono riuscito a emergere, come ho raccontato prima con l’episodio di Levi’s e la giacca di jeans col fenicottero. In secondo luogo perché proprio da lì, grazie ai brand di moda che hanno cominciato a contattarmi, ho potuto dare una svolta fatidica al mio percorso di artista.

GD. Spiegaci il processo creativo delle tue opere, dall’idea alla realizzazione della stessa.

AM. Alla base del mio processo creativo non c’è nulla di mistico o di profondamente meditativo, anzi. La mia Arte è prettamente “intuitiva”, oserei dire. Come già detto, mi lascio ispirare dall’attualità, dai luoghi comuni, dalla quotidianità: nel momento in cui un oggetto cattura la mia attenzione, la mia mente comincia a fare collegamenti, e senza che nemmeno me ne accorga, l’idea nasce e il progetto vien da sé.

Mi ricordo, ad esempio, che l’elefante di Noah è nato proprio così: un giorno, mentre stavo facendo shopping online e stavo cercando delle Balenciaga su un e-commerce, ho notato che il colore dell’elefante sullo sfondo del mio computer era identico a quello delle scarpe che stavo acquistando. La mia mente ha avuto un flash e ho subito pensato “Perché non realizzare un elefante con delle sneakers?” Come ho detto è quasi come se l’idea venisse da me. Il mio cervello rielabora e il gioco è fatto. Così è nato l’elefante di Noah e tutto il resto del progetto.

GD. Qual è, a tuo dire, la funzione dell’Arte? Spesso si dice abbia un potere terapeutico, sei d’accordo o per te ha anche altri significati?

AM. Certo, l’Arte è assolutamente terapeutica. Mi rilasso quando creo, ma ha anche un’altra funzione importante per me: la vedo come un punto di forza, un luogo sicuro. Come chiunque, anche io ho le mie insicurezze, ma quando mi immergo nell’Arte no, mi sento tranquillo, mi sento forte, sento di poter dare il meglio di me.Di conseguenza è un rifugio che abbatte tutte le mie incertezze e mi fa stare bene.

Inoltre, pragmaticamente parlando, è anche uno strumento potentissimo per trasmettere qualcosa alle persone secondo la tua personale prospettiva e sensibilità. Si tratta di mostrare la tua visione del mondo, far vedere cose che magari la gente non vedrebbe mai.

GD. Cosa ti ha spinto a diventare un artista e qual è il tuo progetto di cui vai più fiero?

AM. Non c’è stato un momento particolare in cui l’ho capito, ho sempre sentito di voler essere un artista. Per me è quasi come un bisogno fisiologico, come mangiare. Non fare qualcosa di creativo in una giornata per me equivale quasi a non aver mangiato. Non sono mai soddisfatto al 100% di me stesso, ma credo sia un bene, perchè questo continuo bisogno di ‘perfezione’, mi spinge a dare il massimo e fare sempre meglio.

L’essere artista, in definitiva, è un dovere per me stesso, per stare bene con me stesso. Il progetto di cui vado più fiero è sicuramente Noah, perché ha segnato una svolta nella mia carriera ed è stata la mia prima mostra personale, per altro all’estero.

Foto Copyright | info: Alessandro Malossi – alessandromalossi.com@alessandromalossi

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Tag: Interviste, Alessandro Malossi.
Articolo di Giuditta Duranti

Giuditta Duranti

Vivo per scrivere, scrivo per vivere. Fotografo per passione. Da sempre innamorata dell'arte e della letteratura, mi diletto con zelo e passione a narrare le vicende del mondo e a immortalarne i momenti più belli.

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